La Fine di Oak Street, scene da un matrimonio con i dinosauri
David Robert Mitchell, quello di It Follows e anche di quell’altra mezza pippa teoretica di Under the Silver Lake, ha avuto un’idea meravigliosa: prendere una famiglia americana del 1982, con tutti i problemi di una famiglia americana del 1982 più qualche problema ispirato dal 2026, e scaraventarla nella preistoria. Letteralmente.
La famiglia Platt vive a Oak Street ed è composta da Anne Hathaway ed Ewan McGregor, marito e moglie ormai consumati dagli anni, dai figli, dai chilometri, dalle aspettative e probabilmente anche dalle rate del mutuo; una figlia adolescente intelligente e brillante e un bambino vivace, proprietario di Starbucks, cane specializzato nell’evasione domestica e nella defecazione nei giardini altrui, in particolare in quello di PJ Byrne, che dopo le truffe con Di Caprio torna nel decennio con una particolare antipatia verso i cani. E, scusate, prima dei dinosauri qualcuno dovrebbe comunque insegnargli a tenere quel cane al guinzaglio. Anche quello dei cani che cagano in libertà è un tema molto contemporaneo. È stato trattato anche in Your Friends and Neighbors, anche lì la montessoriana idea che i cani vadano lasciati liberi. Vabbè. Torniamo ai dinosauri.
Mitchell dedica molto tempo a raccontare tutto questo. Moltissimo. Forse troppo.
La Fine di Oak Street: trama e famiglia Platt
Denise, il personaggio di Anne Hathaway, ha sacrificato parte delle proprie ambizioni alla famiglia e di notte scende nello scantinato per scrivere un romanzo. Di giorno, quando scappa dalla festicciole domenicale di quartiere, si reca a sottoporre il manoscritto all’anziana vicina, una donna che nella vita ha fatto l’editor dei libri del marito senza essere praticamente riconosciuta per il proprio lavoro. Una di quelle storie che il Novecento ha prodotto in quantità industriale: uomini diventati grandi anche grazie al lavoro invisibile delle donne che avevano accanto. O forse era il film su Diane Arbus?
Anne Hathaway e Ewan McGregor prima dei dinosauri
Greg, interpretato da Ewan McGregor, è invece un ingegnere rimasto senza lavoro che non riesce a confessarlo alla famiglia. Perché siamo nel 1982, lui è il maschio, il maschio deve portare sicurezza economica dentro casa e così, mentre finge che tutto proceda normalmente, consegna le pizze, facendolo passare per un hobby eccentrico.
Lei soffoca perché vorrebbe essere qualcosa oltre la madre e la moglie. Lui soffoca perché pensa di dover essere qualcosa oltre l’uomo che è.

I dinosauri di La Fine di Oak Street
Poi arrivano i dinosauri ed è qui che La Fine di Oak Street diventa, finalmente, ciò che prometteva di essere: Scene da un matrimonio con i dinosauri.
Un evento inspiegabile strappa Oak Street dal mondo conosciuto e la deposita da qualche parte nella preistoria. Il prato ben tagliato, le staccionate, le villette e le automobili diventano improvvisamente l’ultimo avamposto della civiltà mentre intorno girano bestioni che, a differenza dei protagonisti, non hanno bisogno di elaborare i propri traumi familiari: devono mangiare.
David Robert Mitchell e la regia del non visto
La cosa migliore è che Mitchell resiste quasi sempre alla tentazione del luna park. I dinosauri non vengono esibiti come fossero le nuove attrazioni di Jurassic World. Spesso li intravediamo. Una testa oltre una palizzata, una coda dietro una casa, qualcosa che attraversa il fondo dell’inquadratura mentre il nostro occhio sta ancora cercando di capire dove dovrebbe guardare. Ed è probabilmente qui che La Fine di Oak Street mostra le sue qualità migliori.
Mitchell usa continuamente il grandangolo e la profondità di campo per costruire immagini nelle quali possono succedere più cose contemporaneamente. Piazza i personaggi agli estremi dell’inquadratura, li divide quando emotivamente sono lontani, li ricompone quando la minaccia li costringe dalla stessa parte della barricata. Le relazioni familiari diventano geometria.
È un cinema che chiede allo spettatore qualcosa che ormai molti film hanno smesso di chiedergli: guardare. Non soltanto ciò che si trova al centro dello schermo, illuminato, sottolineato dalla musica e magari indicato da una freccia fluorescente con scritto «GUARDA QUI». Devi spostare gli occhi, controllare gli angoli, interrogare lo sfondo. E quando scopri qualcosa prima che Mitchell te la mostri apertamente provi quella meravigliosa sensazione che il cinema ogni tanto sa ancora regalarci: sentirti più intelligente di quanto probabilmente tu sia.
C’è anche un’altra intuizione affascinante. Mitchell ambienta la storia in un mondo senza smartphone, Google o Wikipedia e quando la tecnologia diventa inutile resta la conoscenza fisica: i libri, le enciclopedie, le pagine che puoi prendere da uno scaffale. In un film popolato da creature estinte, persino la cultura analogica torna improvvisamente viva. Non serve una connessione: serve qualcuno che abbia letto qualcosa.
Tutto molto bello. (Anche questo è un tema sfiorato da un altro film in giro quasi nello stesso momento di La Fine di Oak Streets che, ricordiamolo, arriva in sala in Italia il 12 agosto: in The Last House, una famiglia intrappolata in casa da una misteriosa forza che controlla l’acqua deve ricominciare a usare i dvd per distrarsi un po, pensare che il film è distribuito da Netflix).

Un matrimonio anni Ottanta assediato dai dinosauri
Il problema è che tra una testa di dinosauro oltre la staccionata e un’enciclopedia sfogliata sul tavolo resta comunque quella famiglia. E Mitchell sembra molto più interessato ai Platt che ai dinosauri. Scelta legittima, persino nobile. Il guaio è che i loro conflitti sono molto meno originali del dispositivo cinematografico costruito per raccontarli. La moglie soffocata dalle responsabilità domestiche, il marito schiacciato dall’idea patriarcale del maschio che deve provvedere alla famiglia, il matrimonio sfiancato dal tempo, i figli come collante e contemporaneamente forza centrifuga: dinamiche vere, certamente, ma viste talmente tante volte che a un certo punto viene quasi voglia di bussare alla porta del tirannosauro e chiedergli di accelerare.
La Fine di Oak Street, recensione e giudizio finale
La Fine di Oak Street è quindi uno strano oggetto: formalmente molto più interessante di quanto sia emotivamente coinvolgente. Mitchell sa benissimo dove mettere la macchina da presa, cosa nascondere, cosa lasciare ai margini dell’inquadratura. Molto meno spesso riesce a convincerci che quello che Anne Hathaway ed Ewan McGregor si stanno dicendo per la ventesima volta sia più interessante della coda di dinosauro che abbiamo appena visto sparire dietro il garage.
Ed è qui che il film finisce per trasformare il proprio pregio nel proprio limite. Ammiri la regia. Studi le inquadrature. Cerchi dettagli. Capisci le metafore. Ti compiaci persino di averle capite. Ma ogni tanto guardi l’orologio. Alla fine della proiezione stampa qualcuno ha applaudito. Naturalmente. Io invece ho soltanto sperato che nessuno arrivasse con il telefono acceso a chiedermi la reaction a caldo, costringendomi ancora una volta a interpretare il Grinch della sala stampa. Perché La Fine di Oak Street è intelligente, elegante, cinematograficamente stimolante e piena di idee. Peccato che, tra un dinosauro e l’altro, sia anche una discreta rottura di palle.
*** È stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere
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