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L’ultima intellectual property di Hollywood si chiama Christopher Nolan

Per anni Hollywood ha cercato la formula perfetta. Ha costruito universi condivisi, sequel, prequel, reboot, spin-off e multiversi. Ha investito miliardi per convincere il pubblico a tornare al cinema promettendogli una cosa semplicissima: la familiarità. Se ti è piaciuto Iron Man, tornerai per Avengers. Se ami Jurassic Park, comprerai il biglietto per Jurassic World. Il franchise serve proprio a questo: ridurre il rischio. Non importa tanto quale storia stai raccontando, quanto il fatto che lo spettatore conosca già il marchio. È che a Hollywood qualcuno in sandali e calzoncini corti mentre degusta Sea moss gel  o un’insalata di cavolo riccio o qualche altra icona della West Coast salutista  si senta tranquillo nell’investire duecento milioni di dollari in un nome, un marchio, un brand insomma una intellectual property già conosciuta con uno zoccolo duro di fan disposti a comprare biglietti del cinema, pupazzi, tazze, magliette e tutto quello su cui si può stampare un nome. 

Hollywood costruisce marchi. Nolan è diventato uno di loro.

Poi è arrivato Christopher Nolan e ha dimostrato che esiste un’altra strada. Oggi, quando viene annunciato un suo film, la prima domanda non è più “di cosa parla?”. È “quando esce?”. È una differenza enorme, perché significa che il nome del regista è diventato più importante della trama, del cast e perfino del genere. Nolan non promette supereroi, dinosauri o maghetti con la cicatrice in fronte. Promette un film di Christopher Nolan. E, nella Hollywood contemporanea, è probabilmente il franchise più potente che esista.

Il suo percorso racconta questa trasformazione meglio di qualsiasi slogan. Following era un thriller indipendente girato praticamente con quello che aveva in tasca. Memento diventò un caso mondiale dimostrando che una storia raccontata all’indietro poteva conquistare il pubblico. Poi arrivò Batman. Batman Begins gli consegnò una delle proprietà intellettuali più importanti del cinema, mentre Il cavaliere oscuro trasformò il regista britannico in uno dei nomi più prestigiosi dell’industria.

Molti, però, si fermano qui. Pensano che sia stato Batman a costruire il marchio Nolan. In realtà Batman dimostrò soltanto che Nolan sapeva gestire un franchise. Il film che cambiò davvero tutto fu Inception.

Fino a quel momento Christopher Nolan aveva dimostrato una cosa: sapeva rendere più grandi i franchise che gli venivano affidati. Da Inception in poi avrebbe dimostrato qualcosa di molto più raro: era il suo nome a trasformare qualsiasi storia in un evento.

I numeri raccontano questa metamorfosi meglio di qualsiasi slogan. Following, il suo primo lungometraggio, incassò appena 128 mila dollari nel mondo. Memento salì a oltre 43 milioni e rivelò all’industria che un thriller raccontato in maniera tanto particolare e una sceneggiatura che era un congegno ad orologeria poteva diventare un caso internazionale. Poi arrivò Batman Begins (375 milioni di dollari), il film con cui Warner gli consegnò una delle proprietà intellettuali più importanti del cinema. Il cavaliere oscuro sfiorò il miliardo e cambiò per sempre il modo di concepire il cinecomic, mentre Il cavaliere oscuro – Il ritorno superò quota 1,08 miliardi, consacrandolo definitivamente tra i registi più importanti del pianeta.

Ma quei risultati, per quanto straordinari, avevano ancora un possibile alibi. Batman è Batman. Era legittimo chiedersi quanto pesasse il Cavaliere Oscuro e quanto, invece, il suo autore.

Inception è il momento in cui cambia tutto

La risposta arrivò nell’estate del 2010. Inception non aveva un fumetto alle spalle, non era tratto da un romanzo di successo, non era il remake di un classico e non apparteneva a un universo condiviso. Era un’idea completamente originale, costruita su sogni dentro altri sogni, regole da imparare e un finale destinato a essere discusso per anni. Una piccola trottola che gira ancora. Sulla carta sembrava uno di quei progetti che gli studios definiscono “rischiosi”. Al botteghino incassò quasi 840 milioni di dollari. Da quel momento la domanda non fu più se Nolan fosse capace di dirigere un franchise. La domanda diventò se fosse lui stesso il franchise.

Il pubblico non compra una storia. Compra Nolan

Da allora ogni nuovo film ha aggiunto un tassello a quella fiducia. Interstellar ha continuato a crescere grazie alle numerose riedizioni, arrivando a sfiorare i 775 milioni di dollari complessivi e dimostrando che relatività, buchi neri e paradossi temporali potevano emozionare il grande pubblico. Dunkirk, un film di guerra costruito su tre linee temporali e pochissimi dialoghi, ha superato i 530 milioni – e fino a Odissea è stato il suo capolavoro. Tenet, uscito nel momento peggiore possibile, con le sale ancora condizionate dalla pandemia, è arrivato oltre i 365 milioni pur proponendo forse la trama più ostica della sua carriera. Poi è arrivato Oppenheimer: tre ore dedicate alla fisica nucleare, ai sensi di colpa e ai giochi di potere nella Washington del dopoguerra, capaci di sfiorare il miliardo di dollari d’incasso mondiale e di vincere l’Oscar come miglior film.

Se si osserva questa progressione nel suo insieme emerge un dato quasi controintuitivo: gli incassi di Nolan non crescono perché sceglie soggetti sempre più facili, ma perché convince il pubblico a seguirlo verso soggetti sempre più difficili. È un’inversione della logica industriale. Hollywood, di solito, riduce il rischio scegliendo storie familiari. Nolan riduce il rischio convincendo gli spettatori che vale la pena affrontare anche quelle meno rassicuranti e che al cinema bisogna cercare di stare attenti.

Ed è proprio qui che nasce il marchio Nolan. Ha trasformato in punti di forza tutto ciò che, normalmente, gli studios considerano un ostacolo commerciale. Le sue storie durano quasi sempre più di due ore e mezza. Sono costruite come rompicapi, chiedono attenzione, evitano spiegazioni didascaliche e rinunciano all’ironia rassicurante che domina gran parte del blockbuster contemporaneo. In un’epoca in cui molti film sembrano avere paura di perdere lo spettatore, Nolan fa esattamente il contrario: gli chiede di tenere il passo, gli chiede di stare attento. Lo sfida apertamente a seguire i suoi rompicapo.

La promessa implicita non è “capirai tutto subito”, ma “uscirai dalla sala con qualcosa su cui continuare a riflettere”. Persino chi esce confuso da Tenet raramente reagisce dicendo di aver perso tempo. Più spesso pensa di doverlo rivedere. È un meccanismo psicologico rarissimo: il film difficile non viene percepito come un fallimento, ma come una sfida. Nolan ha convinto milioni di spettatori che impegnarsi sia parte del divertimento.

Christopher Nolan non vende solo film: vende l’esperienza cinematografica

Questa fiducia si costruisce anche fuori dallo schermo. Nolan non promuove soltanto i suoi film: promuove il modo giusto di vederli. L’IMAX, la pellicola da 70 millimetri, gli effetti pratici, il suono pensato per travolgere lo spettatore. Con L’Odissea ha persino spinto la tecnologia IMAX oltre i limiti esistenti, girando per la prima volta un lungometraggio interamente su pellicola IMAX grazie a cineprese modificate appositamente per poterle portare su una barca in mezzo al mare. Il messaggio è chiarissimo: il film visto in salotto non è lo stesso film. È una versione ridotta dell’esperienza.

È un’idea sorprendentemente simile a quella di un concerto. La musica puoi ascoltarla anche a casa. Ma esserci è un’altra cosa.

A rafforzare tutto questo contribuisce la rarità. Nolan non dirige serie televisive, non alimenta continuamente i social, non moltiplica spin-off e contenuti collaterali. Tra un film e l’altro passano anni. Non esiste un “universo Nolan” da consumare senza sosta. Esiste un appuntamento. E proprio perché è raro, ogni ritorno assume automaticamente il peso di un evento.

Odissea dimostra che il regista è ormai il blockbuster

Per questo Odissea rappresenta molto più del suo nuovo film. Un poema attribuito a Omero, scritto quasi tremila anni fa, non dovrebbe essere il blockbuster più atteso dell’estate. Eppure le anteprime nordamericane hanno già fatto registrare 17,6 milioni di dollari, i primi tre giorni ha portato a casa 264 milioni di dollari in tutto il mondo, Il film ha registrato inoltre il miglior debutto dell’anno per un film vietato ai minori (R-rated) e il miglior weekend d’esordio di sempre per un film R-rated distribuito da Universal e firmando il miglior esordio mondiale della carriera del regista e superando i 249 milioni ottenuti nel 2012 da Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Il paradosso è evidente: non è Omero a comportarsi come un blockbuster. È Christopher Nolan che riesce a trasformare Omero in un blockbuster.

Hollywood ha sempre cercato di trasformare i personaggi in marchi. Batman. Harry Potter. James Bond. Gli Avengers. Nolan ha ribaltato completamente il meccanismo. Ha trasformato il regista stesso in una proprietà intellettuale. Oggi gli studios non vendono semplicemente un film distribuito da Universal o prodotto da Warner Bros. Vendono il nuovo Christopher Nolan.

È una differenza che sembra soltanto semantica, ma cambia l’intera industria. Negli ultimi cinquant’anni pochissimi registi hanno raggiunto uno status simile. Spielberg negli anni Ottanta, James Cameron tra gli anni Novanta e Duemila, Quentin Tarantino in una forma diversa. Oggi Denis Villeneuve, Jordan Peele o Damien Chazelle sono autori riconoscibili, ma nessuno di loro riesce ancora a mobilitare un pubblico così vasto prima ancora che venga raccontata la storia.

Per decenni Hollywood ci ha insegnato che il modo migliore per vendere un film fosse costruire un universo. Christopher Nolan ha dimostrato il contrario. Se riesci a costruire abbastanza fiducia attorno a un autore, l’universo può essere lui.

E forse è proprio questa la sua invenzione più rivoluzionaria. Non aver creato il franchise perfetto. Aver trasformato se stesso nel motivo per cui milioni di persone, ancora oggi, comprano un biglietto senza sapere davvero che film stanno per vedere.

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