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Disclosure Day recensione: Incontri Ravvicinati del Tipo Televisivo

Prendiamo tutte le ipotesi complottiste sugli alieni degli ultimi cinquant’anni – Roswell, Area 51, avvistamenti, interrogatori, esperimenti sugli extraterrestri, militari con la faccia di chi ha visto cose e poi ha firmato un NDA – e facciamo finta che sia tutto vero. Anzi: che il governo lo sappia, lo tenga nascosto e usi una società privata, la Wardex, per trasformare la conoscenza aliena in armi, brevetti e fatturato.

Per la sua nuova escursione nella fantascienza – la sesta, se consideriamo anche Firelight, l’esperimento di venti minuti girato in Super 8 quando aveva diciassette anni – Steven Spielberg parte dall’assunto più semplice e più devastante: se la rivelazione arrivasse davvero, che effetto avrebbe su un mondo già in stato confusionale avanzato? E soprattutto: cosa sarebbero disposti a fare quelli che hanno guadagnato dal segreto pur di non perdere il privilegio di possederlo?

Il risultato è Disclosure Day, cioè un Incontri ravvicinati del tipo televisivo: un thriller di fantascienza in cui lo stupore spielberghiano passa attraverso schermi, notiziari, smartphone, paranoie collettive e governi che sembrano usciti da un gruppo Telegram moderato da Nixon.

Al centro ci sono Daniel Kellner, super nerd della cybersicurezza interpretato da Josh O’Connor, e Margaret Fairchild, presentatrice del meteo con il volto magnetico di Emily Blunt: due esseri umani qualsiasi, quindi perfetti per scoprire che l’umanità qualsiasi non è pronta nemmeno a gestire una riunione condominiale, figuriamoci il primo contatto.

Disclosure Day è un thriller hitchcockiano travestito da fantascienza

L’impianto di Disclosure Day è quello del thriller nella sua formula più pura: Alfred Hitchcock con gli alieni nel retrobottega e la paranoia come arredamento istituzionale. Ci sono sequenze che richiamano apertamente gli stilemi del maestro inglese, tanto che per lunghi momenti il film non sembra nemmeno Spielberg. O meglio: sembra Spielberg che decide di prendere Hitchcock, portarlo nel 2026 e chiedergli cosa farebbe oggi con Roswell, Area 51 e un mondo che crede più facilmente a un video sgranato su YouTube che alla propria madre.

Primi piani strettissimi, occhi riflessi in una lama, un bagno che diventa trappola, una coppia in fuga che richiama Intrigo internazionale e Caccia al ladro, uno zaino pieno di segreti da portare da un punto all’altro. E poi il misterioso personaggio interpretato da Colman Domingo, apparentemente più interessato alla temperatura morale del mondo che al contenuto della missione, uno che parla come se stesse presentando un documentario del National Geographic sui dinosauri che vivono segretamente in mezzo a noi. Tipo: “Sai la vicina cicciona? È un Parasaurolophus, non è metabolismo rallentato”.

Però Spielberg non si limita a citare Hitchcock. Lo assorbe, lo digerisce e lo rilegge con la sua sensibilità. La cinepresa si muove con una naturalezza disarmante, sceglie punti di vista così fluidi che dopo un po’ ti dimentichi di guardare un film. Sei dentro l’azione. Ti sembra tutto semplice, e invece è quel tipo di semplicità che può permettersi solo chi ha passato sessant’anni a spiegare agli altri dove mettere la macchina da presa.

Ma tu davero sei in grado di guidare un’automobile?

Le migliori sequenze di Disclosure Day: Spielberg allo stato puro

Spielberg gira il suo thriller e ci mette dentro tre, forse quattro, sequenze da applausi. La prima è l’inseguimento in automobile, un’autocitazione quasi dichiarata da Duel: una corsa disperata in cui Daniel non deve solo evitare i SUV corazzati della Wardex che lo inseguono, ma anche difendersi dal passeggero che prova a ucciderlo, l’ex novizia Jane, interpretata da Eve Hewson. Una specie di BlaBlaCar dell’apocalisse, con meno stelle nella recensione e più probabilità di finire dentro una scarpata.

Poi c’è la sequenza del treno. Chi ha visto The Fabelmans sa quanto per Spielberg il cinema ferroviario sia un sogno infantile mai davvero superato, e qui quel sogno diventa un pezzo di vecchia Hollywood lanciato contro il presente. L’agente della Wardex Casper Boyd, interpretato da Henry Lloyd-Hughes, usa la sua auto per spingere il veicolo con a bordo Daniel e Margaret contro un convoglio merci. L’impatto aggancia l’auto e trascina i protagonisti a una velocità reale compresa tra i 60 e gli 80 chilometri orari, mentre un treno passeggeri sfreccia in direzione opposta. Alla faccia della CGI usata come fondotinta dell’immaginazione, la produzione ha acquistato e modificato un vagone merci chiuso da quindici metri e oltre ventiquattro tonnellate da un museo ferroviario del Kentucky per usarlo durante le riprese nei teatri di posa. Vecchia scuola. Di quella che quando senti “effetti pratici” non pensi a un comunicato stampa per nostalgici, ma a un regista che vuole ancora far sudare gli oggetti.

E poi c’è il finale, incredibile e straordinariamente attuale: un’immersione totale negli schermi nel momento dell’annuncio televisivo. Niente fake news, niente podcaster complottisti, niente youtuber d’assalto, no-vax di QAnon o putiniani agenti del caos. Sono i media ufficiali a trasmettere la verità, a certificare che no, non è intelligenza artificiale, non è deepfake, non è l’ennesimo video generato per venderti un corso su come diventare ricco con ChatGPT.

Tutti guardano i cellulari, mentre i suoi personaggi si producono nella più classica delle Spielberg Stare: quello sguardo verso l’impossibile che una volta puntava il cielo e adesso passa da uno schermo. È lì che Disclosure Day diventa davvero contemporaneo: non racconta solo il primo contatto con gli alieni, ma il primo contatto con una verità che non sappiamo più riconoscere.

Non va dimenticato nemmeno l’assalto “invisibile”, con le forze speciali che combattono un nemico che non si vede. Ci sono echi di Tenet, ma liberati da tutti gli orpelli temporali, dalla logorrea da spiegone e da quella sensazione di dover sostenere un esame di fisica quantistica mentre qualcuno ti spara addosso. Qui l’intuizione resta, ma diventa cinema puro: tensione, intrattenimento, divertimento.

C’è un cervo nella mia stanza

David Koepp tra complottismo, empatia e politica della rivelazione

Mi viene da ridere quando si critica David Koepp come se stessimo parlando dell’ultimo arrivato con Final Draft scaricato ieri. Parliamo dell’autore di Jurassic Park, La morte ti fa bella, Carlito’s Way, Mission: Impossible, Panic Room, il primo Spider-Man di Sam Raimi, Presence e Black Bag – Doppio gioco di Steven Soderbergh. Poi certo, non va santificato come se avesse ricevuto le tavole della sceneggiatura sul Monte Sinai direttamente da un velociraptor.

È vero: Disclosure Day ha qualche passaggio in cui si perde tra buonismo e tensione religiosa, con quel sentore da vecchio Spielberg che guarda l’aldilà e si chiede se almeno lì ci sia ancora una sala con il proiettore buono. Però quando il film ingrana, la scrittura funziona. La sequenza dell’immersione, in particolare, esalta montaggio e regia proprio grazie a un dialogo teso, ritmato, costruito per portarti dentro la scena senza trasformarla in una conferenza stampa dell’ONU con gli alieni in seconda fila.

La storia può sembrare banale: il segreto, il governo, la società privata, gli alieni nascosti, i buoni che vogliono rivelare tutto e i cattivi che vogliono continuare a fare soldi. Ma Spielberg e Koepp lavorano proprio su questo patrimonio della fantascienza per ribaltarlo. Disclosure Day prende il complottismo e lo rivolta contro i complottisti, trasformando la paranoia non in una verità alternativa, ma in uno strumento del potere.

Il complotto non è più il rifugio romantico di chi “ha capito tutto”. È una tecnologia politica. Serve a dividere, creare caos, rendere impossibile distinguere il vero dal falso. In questo senso Disclosure Day è uno dei film più politici e contemporanei di Spielberg: parla di alieni, ma in realtà parla di noi, del nostro modo di credere, dubitare, manipolare, condividere e distruggere la realtà in tempo reale.

E poi c’è l’idea più spielberghiana e insieme più fuori moda: l’empatia come arma. In un mondo dove ogni differenza viene immediatamente trasformata in minaccia, Spielberg osa ancora dire che capire l’altro non è buonismo: è sopravvivenza. Comprendere ciò che non conosci non ti indebolisce, ti cambia. Ti allarga il campo visivo. Ti permette, nei casi migliori, di restare umano. Che oggi sembra quasi fantascienza più degli alieni.

Fatece largo che passamo noi, giovanotti de ‘sti alieni belli

Josh O’Connor, Emily Blunt e Colin Firth davanti all’impossibile

Josh O’Connor è bravissimo nei panni di Daniel Kellner, disilluso esperto di cybersicurezza, ex galeotto, hacker, uomo abituato a nascondere e proteggere segreti. È un personaggio dalle mille sfumature: uno che ha passato la vita dentro sistemi chiusi, codici, protezioni, barriere, e che a un certo punto capisce che l’unico modo per salvare il mondo è fare l’opposto. Aprire. Rivelare. Non avere paura di ciò che non si conosce.

O’Connor gli dà quella faccia da nerd messianico che ha visto il server di Dio e non sa se denunciarlo al garante della privacy. Funziona perché non interpreta l’eroe classico, ma un uomo che non ha più molte illusioni e proprio per questo può ancora riconoscere una verità quando gli esplode davanti.

Emily Blunt è magnetica. Non mi aspettavo un livello simile da lei, e dire che negli ultimi anni aveva già raggiunto vette importanti. La sua Margaret Fairchild poteva essere il solito personaggio costruito intorno alla funzione narrativa: la presentatrice, il volto pubblico, quella che deve stare davanti alla telecamera mentre il mondo scopre di non essere solo nell’universo. Invece Blunt la rielabora sulle sue qualità migliori. I “momenti Emily Blunt” sono quelli in cui ti guarda con quegli occhioni e sta per rivelarti qualcosa che tu, francamente, faresti fatica a computare mentre lei ti scava dentro come una TAC emotiva. È una meteorologa che non prevede più il tempo: prevede l’apocalisse percettiva dell’umanità.

A me è piaciuto un sacco anche Colin Firth nei panni di Noah Scanlon. È un villain notevole perché non è solo l’agente dell’ingordigia, il funzionario del potere, il custode dell’élite che vuole continuare a mangiare al buffet dell’universo senza invitare nessuno. Scanlon si porta addosso traumi, ferite e una convinzione quasi religiosa del proprio privilegio.

Il suo abuso degli artefatti alieni lo spinge ai limiti della sopportazione fisica, trasformandolo nel proprio ritratto di Dorian Gray. Più sfrutta il segreto, più il segreto lo consuma. Più abbraccia il lato oscuro del potere, più il corpo gli presenta il conto. Una decomposizione progressiva che rende visibile ciò che di solito resta invisibile: la corruzione morale di chi pensa che il mondo sia una proprietà privata.

Momento Incontri Ravvicinati

Disclosure Day e Incontri ravvicinati: il sequel spirituale che Spielberg non aveva mai girato

A un certo punto, quando i personaggi combattono contro il buco nero delle loro esistenze e gli alieni smettono di essere solo un mistero per diventare una certezza capace di spaccare il mondo, Disclosure Day sembra davvero il sequel spirituale di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Non un sequel narrativo, ovviamente. Per farlo davvero ci sarebbero stati troppi ostacoli logici, produttivi e forse anche spirituali. Ma è qualcosa di più interessante: il suo sequel storico. Il film che racconta cosa ne è stato della meraviglia quando abbiamo smesso di guardare il cielo e abbiamo cominciato a fissare notifiche.

In Incontri ravvicinati l’ignoto era una chiamata. In Disclosure Day è una crisi globale di comunicazione. Prima c’era la montagna, il contatto, la luce, la musica, la promessa. Qui ci sono gli schermi, i governi, i media, le aziende private, i traumi individuali e collettivi, la paura di non saper più distinguere una rivelazione da una manipolazione.

E quando vediamo la casa della piccola Margaret, quando il film sfiora il passato dei suoi personaggi e lo collega al mistero alieno, Spielberg imbocca davvero la strada per rientrare nel dibattito sulla vita nell’universo. Ma lo fa a modo suo: non come esercizio di world building, non come aggiornamento nostalgico, non come operazione “vi ricordate quanto eravamo innocenti?”. Lo fa usando gli alieni come tema politico di un tempo stretto tra guerre, tribalismi, paranoia e allergia a qualsiasi parola ragionevole.

Disclosure Day è Spielberg che torna alla fantascienza non per rifugiarsi nel passato, ma per parlare del presente. Un presente in cui la verità ha bisogno di essere trasmessa, certificata, condivisa, difesa e forse persino curata. Anche con l’empatia. Soprattutto con l’empatia.

Perché alla fine il punto non è solo scoprire se siamo soli nell’universo. Il punto è capire se, nel caso non lo fossimo, saremmo ancora capaci di non comportarci da soli.

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***** A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…

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