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Downton Abbey, Beautiful in corsetto

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Downton Abbey è una serie tv britannica in costume, un Beautiful che ce l’ha fatta, una telenovela di classe con la nobiltà inglese e la sua servitù al posto dei latifondisti fasci e i loro schiavi sudamericani, un romanzetto rosa tra le parole “so ricco da fa schifo e nun ciò un cazzo da fa’ tutto il giorno”.

Così è Downton Abbey, una delle serie tv più acclamate degli ultimi anni, perché basta vedere due corsetti e abiti degli anni Dieci e Venti del secolo scorso e la gggente va in solluchero.
La storia: il Conte di Grantham non ha eredi maschi e cerca di piazzare le figlie: la viziata Mary, la sexy senza saperlo Edith, la bona e scapestrata Sybil. Non vi ricorda qualcosa? I conti, contesse, contesse madri e lady passano le giornate a magnà, beve, spettegolà, annà a caccia, passeggià e cercare di sfoggiare il più bieco paternalismo aristocratico, una roba che su Wikipedia dovrebbero scrivere, alla voce “paternalismo”: come i nobili di Downton Abbey. Ma possibile che nella Gran Bretagna non ci fossero quei nobili teste di cazzo che trattavano i servi per quello che erano? Servi!
Infatti, in Downton Abbey c’è anche la vita della servitù e Julian Fellowes, Barone de non so che cosa nonché autore anche di The English Game, ci tiene a farci sapere che lui è democratico, i servi non li frusta e si appassiona anche a li poveracci: il maggiordomo Carson, la governante Hughes e poi la cuoca, la sguattera e il via vai di camerieri perché signora mia non si trovano più schiavi come una volta.
Gli aristocratici sono degli invertebrati radical chic che fremono per ogni problema degli schiavi, perché, in fondo, di problemi veri, loro, non ne hanno. Gli schiavi sono più conservatori e attaccati all’ordine sociale dei loro padroni.
Carson è probabilmente il vero padre di Lady Mary, perché le concede ogni cosa senza fiatare. Il motivo? Il conte è palesemente un invertebrato che subisce ogni decisione di moglie e figlie ma del resto così va il matrimonio.
Per sei stagioni siamo perseguitati dall’amore da operetta tra la cameriera Anna e il signor Bates, il valletto del conte: lei è giovane e vagamente carina, lui è vecchio e zoppo; prima carcerano lui, poi carcerano lei, poi lei non riesce ad avere figli. Con matematico attentato ai nostri coglioni, ogni stagione di Downton Abbey ci ammorba regolarmente con i patemi de sti due.
Lo showrunner Julian Fellowes racconta un mondo che cambia con difficoltà, ma soprattutto lentezza, tanta lentezza: due stagioni per decidere ad allevare dei maiali, due e mezzo perché Mary e Matthew si dessero un bacio, nel frattempo la signorina trova il tempo di ammazzare un turco bel suo letto e subisce almeno due tentativi di ricatto.
In tutto questo c’è la regina madre… ops la contessa madre interpretata da Maggie Smith, pura Restaurazione-Decapitateli-Tutti-Ma-Non-Toccate-Le-Mie-Nipoti-Oh-No. Lei è il vero jolly impazzito della serie: è vecchia, è vedova può dire e fare il cazzo che le pare. Sue le migliori battute di Downton Abbey del tipo “Non essere disfattista. Fa molto ceto medio” oppure “Io non litigo, spiego” che un po’ è il manifesto della mia vita. Cara Contessa madre vedrei volentieri una serie prequel sulla tua sordida storia clandestina con il principe russo.

Di Downton Abbey c’è anche un film che, se la memoria non mi inganna, da oggi è disponibile su Prime Video per tutti gli abbonati insieme alle 6 stagioni, mentre era già disponibile per gli abbonati di Sky Cinema.

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