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Fosse/Verdon, anche i ballerini piangono

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La miniserie Fosse/Verdon è sbarcata sul canale Disney+, Star, lo scorso 16 aprile 2021, a poco meno di due anni dalla prima messa in onda.

Era il 2019 e FX trasmetteva la storia della coppia, Bob Fosse e Gwen Verdon, autrice di pagine importantissime del musical a stelle e strisce, attiva in una fase di passaggio, quando tra il 1968 delle contestazioni, la guerra in Vietnam e la crisi petrolifera la società USA perdeva l’innocenza e cambiavano per sempre i gusti del pubblico, finiva l’era delle commediole musicali dell’età dell’oro di Broadway e di Hollywood e arrivava il tempo dei musical “adulti”.

La mia recensione di Fosse/Verdon per forza prende atto dello  stacco di due anni, perché, fosse uscito oggi, la miniserie avrebbe raccolto più attenzioni di quante ne ebbe nell’aprile 2019. Bob Fosse e Gwen Verdon sono una coppia nella vita, sul palco e davanti al grande schermo, nel tempo il loro binomio professionale ha firmato classici come Cabaret, Chicago, All That Jazz, ma il rapporto di coppia è inquinato da quella che oggi chiameremo “mascolinità tossica”. Fosse è il villain della serie: beve, fuma, si impasticca, scopa in giro sfruttando la sua posizione di potere,  è un coreografo affermato a Broadway, ha appena girato il suo primo adattamento cinematografico di uno spettacolo di Broadway che lui stesso aveva diretto e coreografato, Sweet Charity, ma soprattutto Fosse spreme il talento della moglie: sono di Gwen i saggi consigli, le consulenze e le idee che chiariscono a Fosse le sue stesse intenzioni, consentendo al regista di trovare toni e movimenti che portarono al successo i suoi lavori. In cambio, Bob si prende tutti i meriti, la cornifica ogni volta che può e non mantiene nessuna delle promesse professionali fatte alla moglie. Lei, da mogliettina figlia di un’era che, speriamo, non c’è più, gli resta accanto, fino a quando può resistere, ma continuerà sempre a supportarlo nel lavoro, a essere una spalla, una collaboratrice, a sorridere, a ispirarlo, anche quando lui le toglie  l’assolo finale in Chicago.

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C’è tanto dentro Fosse/Verdon. È un backstage a cuore aperto, senza filtri, sul mondo del musical e del cinema, sui meccanismi creativi, ma anche sulla pressione, sulle dipendenze e sulla competitività dell’ambiente dello showbiz e come ciò renda difficile essere una famiglia, essere dei genitori. Nicole, la figlia del duo di successo, ha pagato in prima persona con una storia personale di dipendenze, una figlia spesso abbandonata a se stessa, sballottolata tra case, compagni e compagne più o meno occasionali, lasciata sola con armadietti pieni di droghe, più o meno legali, e alcolici.

Fosse/Verdon è raccontato tutto in una serie continua di flashback e flash forward, andando su e giù per gli anni Settanta, scavando dentro il rapporto e finendo per raccontarci perdite, amori iniziati e mai finiti, malattie, vittorie e sconfitte in una centrifuga di emozioni strazianti. Insomma anche i ricchi e i privilegiati piangono.

Ultima parola per i due interpreti: Sam Rockwell folleggia come al solito, fa il matto, ma più misurato, saranno gli anni, sarà la maturità, sarà l’Oscar, ma che ruba la scena è Michelle Williams, che sfoggia tutta la gamma delle emozioni, dei turbamenti, dei dolori, senza mai smettere di credere, di volere, di desiderare di ballare, per regalare al mondo un sorriso, anche mentre il mondo va in pezzi. Vi spezzerà il cuore.

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