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Il Complotto contro l’America

Il Complotto contro l’America 2

Una ucronia simile a Una svastica sul sole quella che Philip Roth ha immaginato per il suo romanzo Il Complotto Contro l’America, diventato una miniserie tv, disponibile su Sky Atlantic dallo scorso 24 luglio, con John Turturro e Winona Ryder. 

Lì dove Dick immaginava gli anni Sessanta pacificati dalla bandiera nazista che sventolava su mezzo mondo e quella del Sol Levante che dominava l’altra metà, qui siamo alla fine degli anni Trenta, i Levin vivono a Newark, sobborgo di New York abitato prevalentemente da famiglie ebree come la loro e con apprensione seguono gli sviluppi della situazione politica nazionale: le elezioni presidenziali del 1940 si avvicinano e il presidente Roosevelt deve fronteggiare la stella nascente dell’eroe nazionale Charles Lindbergh. Con una campagna propagandistica aggressiva, l’aviatore riesce a presentarsi all’opinione pubblica come l’unica alternativa alla guerra imminente, vola di città in città ripetendo sempre lo stesso slogan: “Il prossimo voto sarà tra Lindbergh e la guerra”. Le stesse parole, ogni giorno. Ogni epoca e ogni ucronia ha i suoi sovranisti e populisti, e Charles Lindbergh ripete sempre lo stesso messaggio: “Make America Great…” no, scusate ho confuso l’ucronia, ma avete capito. E il popolo, capra, con ancora negli occhi i campi di battaglia di 20 anni prima – e soprattutto 1917 di Sam Mendes – il popolo, capra, gli crede. Non basta: Lindbergh è filonazista e, una volta diventato presidente, inizia lentamente a erodere la democrazia americana fino a stringere un patto di non aggressione con la Germania di Hitler. 

Qui, c’è la cesura definitiva con la Storia come la conosciamo: gli Stati Uniti non entreranno in guerra contro il Giappone e i Nazisti, lasciando l’Europa a se stessa. Finalmente una serie tv in cui i buoni perdono e va tutto a puttane? No, la miniserie tv (miniserie, che in greco antico significa “state sereni, non ci sarà stagione 2”) ricostruisce attentamente abitudini e riti di una famiglia ebraica negli anni Quaranta. Non ci crederete, ma una volta le persone si incontravano per strada e non davanti a un monitor per parlare della vita, dell’amore e anche delle vacche. Sono dedicate  diverse scene all’acquisto dei dolcetti al forno, con il solito prepotente che salta la fila (in fondo tutto il mondo è Italia a quanto pare) e le dinamiche politiche e sociali del periodo sono accennate a grandi linee. Gli ideatori David Simon e Ed Burns descrivono meticolosamente il tempo scandito dalle notizie ascoltate accanto alla radio e dai cinegiornali, le striscianti tensioni familiari e del vicinato (perché non hai messo il like a quella foto che ho pubblicato dell’automobile in doppia fila davanti al forno? Scusate no ho sbagliato epoca), i bambini che collezionano francobolli, imparano la geografia del Paese grazie alle squadre di baseball e cantano a squarcia gol “lavali lavali lavali col fuoco…” ops, scusate ho sbagliato incubo. 

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Facebook, anni Quaranta

I bambini interessano molto a Simon e Burns: sono loro che assorbono le tensioni politiche degli USA e i continui litigi tra Bess Levin (una bella e brava e bona Zoe Kazan) che vorrebbe tenere un basso profilo e suo marito Herman (Morgan Spector), scosso dalla voglia di impegnarsi attivamente per impedire la discesa agli inferi, ma incapace di entrare veramente in azione. Insomma con tali genitori, il figlio grande, Sandy, diventa filo-Lindbergh (praticamente un nazista), quello piccolo, Philip, un potenziale serial killer sociopatico.

Il Complotto contro l’America ci scaraventa negli anni Quaranta, ma progressivamente e lentamente (forse troppo) prende i contorni di una metafora del nostro tempo: le fake news, i leader populisti che raccolgono consenso a furia di slogan e attecchiscono fra le masse, già pervase da un odio profondo, poveri contro poveri, bianchi contro neri, wasp contro ebrei, romanisti contro laziali. Serviva solo un politico che lo tirasse fuori, lo rendesse “normale” e così i subumani iniziano a pensare di essere normali e votano e urlano e agitano i bastoni. È così che muore una democrazia, in uno scroscio di dichiarazioni irresponsabili. Ops, scusate, ho sbagliato film.  

Con Lindbergh presidente lentamente i diritti fondamentali sono svuotati di significato. Sono le sfumature a rendere Il Complotto contro l’America interessante e inquietante per noi uomini e donne del XXI secolo: senza leggi o atti clamorosi, per togliere le libertà è sufficiente il cambiamento di un clima, smettere di chiamare le cose con il loro nome, il ribaltamento di quei comportamenti con cui colmiamo di significato le regole che ci tengono uniti come Nazione e come democrazia, grazie a una polizia connivente, l’FBI che perseguita minoranze e dissidenti, la libera stampa tacitata. Fioriscono iniziative volte ad “americanizzare” le minoranze, spingendo e, qualora si incontrino resistenze, minacciando gli ebrei al fine di convincerli a trasferirsi nell’America rurale, più conservatrice e retrograda, dove potranno sentire il calore delle croci date alle fiamme del Ku Klux Klan. Insomma degli autentici pogrom, pubblicizzati a mezzo stampa con tanto di manifesti colorati. 

In tale contesto, svolgono un ruolo chiave i personaggi di John Turturro e Winona Ryder, il rabbino Bengelsdorf e signora: sedotti dalle lusinghe del potere esecutivo, le cene di gala e i balli alla Casa Bianca, sono parte attiva nella campagna per cancellare le tradizioni del popolo ebraico, rompendo gli stretti legami affettivi e tradizionali, restando sempre convinti di operare per il bene della loro comunità. 

Fortunatamente, la civiltà non muore del tutto e anche le spinte dittatoriali e nazistoidi trovano sacche di resistenza nei singoli, addirittura la criminalità di erge a difesa delle minoranze forse perché conscia che una volta fatti fuori neri, ebrei, zingari e omosessuali sarebbe stato il loro turno. 

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La civiltà che non muore, ma resiste

Il Complotto contro l’America resta sempre, quasi ossessivamente incentrato sulla famiglia Levin, mostrando come le dinamiche sociali e politiche ne determino la vita e le tensioni al loro interno, ma non addentrandosi mai troppo nei fatti. Qui il limite: l’azione è sempre raccontata, mai mostrata. Un po’ di sangue e merda fa sempre piacere. C’è anche una certa superficialità nella narrazione degli eventi macro-politici, sempre lasciati ai titoli di giornale e alle immagini dei cinegiornali. Qui il grande stacco con The Man in the High Castle di Amazon Prime, che, dopo un paio di stagioni trascorse nella costruzione dei personaggi, si scatena nella lotta per la salvezza della democrazia. 

Se avete voglia di ucronia, rivolgetevi a The Man in the High Castle di Amazon Prime, ma se vi avanza tempo, 6 episodi e sei ore de Il Complotto contro l’America non vi uccideranno. Forse. 

 

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