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La solitudine del primo episodio: True Detective 2, Dark Matter, Killjoys, Humans

colin farrell

True Detective 2

Dopo la clamorosa prima stagione, c’è molta attesa per il ritorno di True Detective di Nic Pizzolatto. Trattandosi di una serie antologica, niente è rimasto della precedente: sono cambiati attori, regista, ambientazione ed epoca. Le aspettative erano molto alte: il primo True Detective ha unito mistero e horror alla classica serie poliziesca, detective dallo spirito corrotto e l’anima rotta, dialoghi ben scritti ma soprattutto superbamente interpretato. Soprattutto, c’erano le tette di Alexandra Daddario.
Un minuto di silenzio.

Alexandra-Daddario

Nel creare un prodotto che vive soprattutto di atmosfere, ambientazione e interpretazione sono fondamentali per identificare il perfetto contesto dove calare lo spettatore in una specie di magia.

Dopo il primo episodio di True Detective 2 non posso nascondere la mia delusione. Il casting: Colin Farrell è perfetto nei panni del poliziotto ubriacone e corrotto che cerca di essere un padre minimamente decente, ma lo abbiamo già visto troppe volte tra questi demoni per essere colti alla sprovvista o sorpresi o affascinati. Al contrario, Vince Vaughn è troppo fuori ruolo per essere un boss della malavita che cerca di lucrare dalle speculazioni edilizie in cui sembra coinvolta la mafia russa: ogni volta che agita le mani penso aspetti che spunti fuori da sotto un tavolo Owen Wilson proponendo di imbucarsi a un matrimonio. Rachel McAdams potrebbe essere la sorpresa nei panni di una poliziotta drogata, dedita all’alcol, il gioco e il sesso anale (divertente il dialogo in cui il suo compagno confessa di essere stato colto alla sprovvista dalla richiesta della ragazza: -“Alle ragazze piacciono certe cose?” -“Dipende dalle aspettative” risponde Rachel). Taylor Kitsch è troppo cane per interpretare l’agente della polizia in motocicletta con un doloroso passato nell’esercito e per di più impotente.
Abituati poi ai continui salti temporali della prima serie, non avete idea quanto mi sono incazzato per il banale inserimento di un flashback per spiegare la nascita del rapporto tra Francis/Vaughn e Velcoro/Farrell. Cioè hanno messo lì uno spiegone demmerda!

La storia si svolge nei giorni nostri, a Vinci, nella California, nel giorno in cui Francis Semyon presenta agli investitori il progetto di una superstrada. Tra questi, Osip i cui modi loschi ci lasciano intuire che sia un esponente della mafia russa. Tra lui e Francis c’è un accordo che è messo in pericolo da due eventi: l’inchiesta di giornale che denuncia la corruzione politica per favorire la speculazione edilizia e la scomparsa di Ben Caspere, consigliere comunale coinvolto in prima persona nell’approvazione del progetto. Nel corso del primo episodio abbiamo l’opportunità di scoprire tutti i personaggi. Francis Semyon può contare sull’aiuto di Ray Velcoro interpretato da Colin Farrell, poliziotto corrotto e alcolizzato con alle spalle un divorzio difficile e una storiaccia riguardante la moglie, stuprata da uno sbandato 9 anni prima e rimasta incinta proprio inseguito alla violenza. È stato Francis ad aiutare Ray a scovare il responsabile dello stupro e da allora tra i due è nata una collaborazione: Ray prende mazzette e aiuta Francis. Il detective Antigone “Ani” Bezzerides ha una storia difficile: il padre fa il guru per i figli depressi dell’alta borghesia, sembra uno che ha ascoltato troppo attentamente i monologhi di Rust Cohle nella prima stagione, ha rapporti difficili con gli uomini e una sorella invischiata con siti di incontri sessuali online. Paul Woodrugh è un poliziotto della stradale sospeso dal servizio perché accusato di molestie sessuale da una biondina sexy che aveva beccato mentre violava la libertà vigilata, non gli si rizza più probabilmente per quello che gli è successo quando era nell’esercito e ha una compagna sexy che ci è presentata come una tipa molto focosa. Ray, Ani e Paul si incontrano in un’alba livida lungo la costa quando il cadavere di Caspere è ritrovato violentemente mutilato.
Il cast è molto buono: oltre ai già citati, segnalo David Morse, il papà di Jodie Foster in Contact e in altri duemila film che qui fa un altro papà, quello di Ani, e James Frain, il Cromwell de I Tudors e il killer di Intruders. C’è pure Kelly Reilly che, non so voi, ma come appare sullo schermo a me viene duro.

kelly reilly

Come è? Nì.

Continuerò a vederlo? In onore di Rust Cohle… L’universo si espande e farò finta di essere un dio che lo guarda dalla fine dei tempi ridendo dell’inutilità del tutto e dell’infinito.

dark matter groupDark Matter

Non sono mai stato un fan dell’emittente SyFy: grandi ambizioni, ma povere realizzazioni. Mi sono lasciato attirare dal progetto Dark Matter. Su una nave spaziale alla deriva, uno alla volta si svegliano i membri dell’equipaggio, nessuno ricorda il proprio nome e cosa faccia sull’astronave. Anche la memoria del computer di bordo è danneggiata. L’androide di bordo cerca di recuperare le informazioni sull’equipaggio, mentre quattro membri scendono sul pianeta dove sembravano diretti. A terra scoprono di essere su una colonia mineraria minacciato dalle grandi corporazioni che vogliono cacciare gli abitanti per usarlo come base per estrarre un importante minerale su un mondo vicino. Questi ultimi hanno ingaggiato dei mercenari e li stanno aspettando insieme a un carico di armi per difendersi dalle truppe delle corporazioni che arriveranno per cacciarli. Gli smemorati all’inizio pensano di essere i mercenari arrivati per difendere i minatori, ma, al rientro nell’astronave, l’androide di bordo rivela che in verità loro sono dei pericolosi ricercati.

Il primo episodio sembra un mediometraggio autoconclusivo, bastava assistere alla battaglia tra i mercenari e i minatori e si poteva chiudere qui. Mi aspetto che in verità i sei siano stati vittima di un sabotaggio atto a far credere loro di essere dei killer e non i salvatori dei minatori. Da questo punto in poi bisognerà tirare avanti per le lunghe per coprire i 13 episodi della prima serie.

Gli effetti speciali sono dignitosi, mentre i primi scontri sono coreografati poveramente, sembra una recita scolastica al primo anno di liceo. Il pianeta dove atterrano i sei sembra Sheffield negli anni Settanta e per il rifornimento hanno usato le cassette di legno che usiamo noi al mercato rionale.

Come è? Decisamente un no.
Continuerai a vederlo? Dovessi avere improvvisamente tanto, ma tanto tempo libero.

o-KILLJOYS-facebook

Killjoys

Bangarang è un buon pilota per una serie tratta da una graphic novel. La bella Dutch e il collega John sono due cacciatori di taglie. Quando tra gli obiettivi finisce il fratello di John, D’avin, i due partono per una missione di salvataggio nel tentativo di barattare la libertà di D’avin con la cattura di un leader religioso che minaccia la stabilità del sistema solare Quad.
A differenza di altre serie SyFy (se è capito che sto canale me sta sugli zebedei?) Killjoys ha una bella struttura narrativa, la trama è ben costruita lasciando poco al caso e edificando un universo ben definito politicamente ed istituzionalmente: la galassia è retta dalle grandi corporazioni che affidano l’esecuzione delle pene ai cacciatori di taglie soprannominati killjoys. Ma nell’universo c’è irrequietezza e i leader religiosi tramano per rovesciare il sistema. L’incipit è molto ben pensato con un’atmosfera da poliziesco: John e Dutch si fanno catturare da una banda di trafficanti per catturare un pericoloso ricercato.
Mentre John è l’attore Aaron Ashmore, fratello gemello dell’Iceman degli X-men, Dutch è interpretato dalla bella Hannah John-Kamen che non è la figlia di Nick Kamen, ha lavorato a Misfits (un episodio), Whitechapel e Black Mirror ed è perennemente fasciata da pantaloni molto, molto aderenti. D’avin è Luke McFarlane che sembra frequentare, dal 2014, il collega Wentworth Miller.

Come è? Sì.
Continuerò a vederlo? Almeno fino a quando non svacca.

humans-amc

Humans

Ci pensa Channel 4 a risollevare la mia settimana con il remake di una serie svedese (Real Humans) su un mondo distopico in cui gli esseri umani vivono e lavorano affiancati dai synth, androidi che sostituiscono gli umani nei lavori più faticosi, come l’assistenza domestica e a quella agli anziani. Un gruppo di questi synth è stato potenziato per provare delle autentiche emozioni umane e il figlio del professore che li ha modificati, Leo, cerca di nasconderli prima che un collega del padre, Edwin Hobb, li catturi e li distrugga: teme l’emergere di una singolarità tecnologica che potrebbe in breve tempo soppiantare il genere umano.

La serie non si concentra solo sulla lotta tra le specie. Humans è attenta alle conseguenze derivanti dall’inserimento dei synth all’interno della vita degli umani. Gli Hawkins sono una famiglia di un sobborgo urbano. Laura/Katherine Parkinson è un avvocato di successo e spesso è lontana da casa per lavoro; suo marito, Joe, decide di acquistare un synth per avere un aiuto in casa, la donna è contraria ma Anita (nome deciso dalla piccolina di casa Hawkins) si rivela subito un prezioso aiuto, tanto che Laura teme di essere rimpiazzata dall’androide, che accudisce i figli e legge le favole della buona notte. Anita è uno dei synth potenziati che sta cercando Leo, le sue capacità sono subito riconoscibili dal modo in cui guarda la luna o il fatto che rida alle battute. Allo stesso tempo, Anita ha dei flashback della sua vita prima che la sua memoria fosse riprogrammata e l’episodio si chiude con lei che rapisce la piccola degli Hawkins.

Humans non è la classica serie di fantascienza. Siamo in un mondo parallelo al nostro e in effetti è strano vedere automobili, telefoni, elettrodomestici non molto dissimili da quelli che noi usiamo tutti i giorni in una realtà però in cui sono stati creati degli androidi tanto evoluti. Ciò rende tutto più facile dal punto di vista produttivo: non ci sono i complessi effetti speciali rabberciati tipici di SyFy, tutto è giocato sulla recitazione degli attori che interpretano gli androidi. E’ molto brava Gemma Chan che interpreta Anita: in alcuni fugaci momenti la sua fissità eccede quella frazione di secondo che lascia intuire che nella sua mente si sta muovendo qualcosa di molto umano, mentre è agghiacciante quando ride alla battuta di Joe senza capire quando fermarsi. Bravo anche Will Tudor, l’Olyvar de Il Trono di Spade, che interpreta un vecchio modello di synth che assiste un pensionato interpretato da William Hurt: quest’ultimo non ha il coraggio di disfarsene per un aggiornamento perché il synth ha in memoria tutti i vecchi ricordi di sua moglie ormai scomparsa e lo considera quasi alla stregua di un figlio. La stessa presenza dei synth è analizzata anche come elemento destabilizzante per i giovani: il rendimento scolastico della primogenita di casa Hawkins è precipitato perché la ragazza è profondamente demotivata: “a cosa serve studiare dieci anni per diventare neurochirurgo se un synth può apprendere queste conoscenze in dieci minuti?”.

Proprio per questi motivi, Humans ricorda alcuni temi di Black Mirror: la tecnologia che corrompe noi stessi e il mondo che abitiamo, oltre alle questioni etiche inerenti lo sviluppo di un’intelligenza artificiale e i diritti che da questa derivano. Cosa è umano e cosa no? Domande sempre più di attualità in un mondo in cui Adinolfi gira libero e scrive su Twitter.

Come è? Sì Sì Sì
Continuerò a vederlo? Certamente. 

 

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3 pensieri riguardo “La solitudine del primo episodio: True Detective 2, Dark Matter, Killjoys, Humans Lascia un commento

  1. Kelly Reilly, ahinoi, ha intrapreso la parabola discendente che la porterà a somigliare a Robert Smith, Paul McCartney (pre lifting) e Angela Lansbury, come tutte le over 30 inglesi. Gravity always wins, cantava quello. 😉

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