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Prima visione/Mia Madre, che in effetti sarebbe quella di Nanni Moretti

Pianoforte funereo, titoli su fondo nero e scritti in bianco. Carattere bastoni. 

mia madreNanni Moretti è un uomo e un cineasta stanco. Sembra non abbia più tanta voglia di scrivere e di studiare. Mia madre è un film di vita vissuta, quasi un documentario autobiografico su quando sua madre è morta mentre terminava il montaggio di Habemus Papam. Così gira un film sulla Buy che assiste la madre durante la malattia e poi muore mentre fa un film. Moretti è il fratello della Buy: i due, come Gervinho e Florenzi che si scambiavano le fasce di appartenenza quando nella Roma di Garcia funzionava tutto, si invertono i ruoli: la Buy interpreta Moretti e Moretti fa la Buy. Soprattutto è un film pieno zeppo di riferimenti al vero Moretti e alla sua vera perdita: senza neanche sentire l’esigenza di cambiare i nomi (la Buy è Margherita, regista nevrotica, Moretti è Giovanni fratello con l’esigenza di accudire e che lo dice pure di essere stanco e non volere piu lavorare) o fare dei casting per attori nuovi (c’è perfino Scarpa, mentre Diele fa un’apparizione nel film dove ha un ruolo l’attrice che interpreta la sua ex in 1992), le scene sul set (ancora una volta il film nel film, come il Caimano, Aprile e, mi sembra, Sogni d’oro) sono pari pari momenti di lavoro (in conferenza stampa il regista romano ha confessato, ad esempio, come alcune battute di Turturro siano pari pari quelle urlate da Michel Piccoli in un momento di crisi durante Habemus Papam), lo stesso tormentone che la Buy ripete ai suoi attori (“tu devi essere sempre al fianco del personaggio”) Moretti ha rivelato essere il “suo” tormentone agli attori.
Questo peccato originale si imprime su tutta la pellicola: sequenze didascaliche e telefonate, banalità sulla perdita (“dove vanno tutti quegli anni di studio e di esperienze?” chiede la Buy al suo protagonista. Chissà se per Moretti ha funzionato almeno come momento di autoanalisi per qualcosa che ha desiderato fare realmente, certo che almeno ci potrebbe pagare per la seduta psicoanalitica) e quel difetto di girare un qualcosa mantecato male che funziona come una serie di scene scollegate, capaci di vivere in sè per il loro simbolismo come piccoli corti, ma incollate male tra di loro. Infatti il film gira meglio quando è cucito bene – come le toppe che la madre usava per i buchi dei maglioni di Nanni – quando presente, passato, sogno e incubo si mescolano e confondono in un crescendo emotivo.
Con la madre di Giovanni/Nanni/Margherita/Margherita muore un mondo fatto di traduzioni di latino (la donna è un’insegnante di Lettere), i cinema a lunga tenitura come il Capranichetta, Kubrick e il cinema italiano di una volta, la tipografia e i vecchi rapporti di forza tra classi sociali, sfibrato copione di un tempo che fu. Un mondo che sembra sparire in una pellicola in cui c’è solo un under 40 ed è la figlia della Buy, i computer sono per lo più tenuti sulle ginocchia a fare qualcosa di imprecisato e i telefonini servono solo per telefonare. Il meglio è il motorino che passa da “il motorino mai” a padre e madre che insegnano alla figlia come guidarlo in una danza toccante.
Sono pochi, infine, i momenti da salvare, ma sono i colpi isolati di un genio stanco a cui farebbe bene andare a pescare. Un paio d’anni. Ma non per farci un film. Moretti pescatore che scambia commenti caustici su un’enorme trota che gli sfugge potrebbero minare la mia sanità mentale.
Cosa funziona?
La fila al Capranichetta dei personaggi che hanno affollato la vita di Margherita, ogni volta che il sogno si mescola alla realtà e la scena in cui padre e madre Insegnano alla figlia a guidare il motorino in una emotiva danza familiare.
Cosa non funziona?
L’arte imita la vita mica la copia o la scimmiotta, credo si debba fare qualcosa di più che mettere in scena i propri danni personali.
Le scene didascaliche appiccicate male l’una all’altra.
fightclub** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.
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