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Prima visione – Blue Valentine

Un amore che cresce, un amore che muore. Contemporaneamente. Un padre affettuoso e giocoso, una madre triste ma devota alla figlia fin dal momento in cui rinunciò ad abortire. Contemporaneamente. Uno spaccato dell’America proletaria che non rinuncia a sognare di sviluppare le proprie potenzialità ma in grado di accettare il proprio status per vivere la famiglia. Contemporaneamente. Un equilibrio sorprendente nel racconto di Derek Cianfrance, Blue Valentine, che decide di partire da due estremi per raccontare la storia di Dean e Cindy, il loro matrimonio in crisi che arriva a spezzarsi per la fine dell’amore, con continui flashback alla nascita della loro unione, l’amore a prima vista, i giochi da innamorati teen ager, le canzoni, il ballo, il riso spontaneo.
Come se raccontasse un thriller, o un horror, arriva al nodo finale, lì dove l’amore è nato e dove l’amore è finito, in cui l’estrema felicità e l’estrema disperazione si raccordano, e l’una non sarebbe nulla senza l’altra, solo l’ennesimo matrimonio che fallisce, l’ennesima coppia che sorride nelle foto di una cerimonia.
Un equilibrio perfetto raggiunto grazie alla regia sicura di Cianfrance, scegliendo visivamente un presente girato in digitale, spesso con tagli stretti se non strettissimi e un approccio quasi documentaristico; il passato dai colori dolci, giovanili e vivi, in 16 mm, riprese tutte con camera a mano, spesso con un solo ciak, lasciando molto spazio attorno agli attori per l’improvvisazione (il regista ha portato Williams e Gosling, che sono anche produttori del film, per qualche giorno a vivere nella casa che condividono nel film insieme all’attrice che interpreta la figlia, avendo a disposizione solo i soldi che i personaggi possono guadagnare con i rispettivi lavori, condividere l’unico bagno, fare i piatti tre volte al giorno, lavorando sulla chimica tra loro, lasciandoli, poi, praticamente senza sceneggiatura nelle riprese della nascita della loro storia d’amore). Un minimalismo alla Carver colorito dall’empatia verso i personaggi, quasi un prendere partito (è la Williams la spietata che chiude la loro storia), non rinunciando mai a raccontare rapidi frammenti di vita vera, a volte quasi guardando dal buco della serratura

Allo stesso tempo è essenziale la caratterizzazione dei due attori. Se Gosling cambia fisicamente dal giovane e ipervitaminico ragazzo che si innamora della ragazza al padre con troppo spesso una birra in mano, bolso e con la calvizie incipiente, è alla Williams che è toccato il compito più duro, per il quale è stata nominata come Miglior attrice agli Oscar 2011: entrare nei jeans e nelle scarpe di un’adolescente un po’ troppo disinibita, innamorata della vita e forse di due uomini, forte e determinata anche nei momenti più duri (incredibile la scena del quasi aborto), per poi indossare il camice di una infermiere che manda quasi da sola avanti la famiglia, stanca di tanta infelicità, dell’avere al fianco un marito apparentemente senza aspirazioni che non ama più.

Così, mentre per salvare il loro matrimonio provano a trascorrere un week end d’amore in un motel a tema, accomodandosi nella Stanza del futuro in stile Spazio 1999, il loro (di futuro) è alle spalle, nei momenti felici trascorsi ma che sono l’unica emozione che è valsa la pena vivere. In una scena disperata cercano di avere un rapporto ma finiscono con il lottare e lasciarsi, quasi picchiarsi; in un’altra cercare tra le erbacce la fede nuziale che Dean aveva gettato via in preda alla rabbia, in un ultimo atto che sembra di perdono e riconciliazione. Ma non sarà così.

Il tutto, intriso di un triste indie rock contaminato dei Grizzly bear che hanno composto la colonna sonora (una canzone dello stesso gruppo, Two Weeks, suona nel trailer di Crazy, stupid, love, sempre con Gosling).

****½

Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura:magari non serve, ma è sublime.

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