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The Hurt Locker – The rush of battle is a potent and often lethal addiction, for war is a drug

mercoledì, 03 febbraio 2010
Pungolato dalle nove candidature ai prossimi premi Oscar del 10 marzo 2010, mi convinco a scrivere finalmente un post su The Hurt Locker.  

the hurt lockerMi piace Kathryn Bigelow. È una tosta, una virtuosa e, checché ne dica Nanni Moretti, Strange days mi è piaciuto. Kathryn ama mettere i suoi personaggi sotto pressione e, ancor di più, i suoi personaggi adorano esserlo. Basta pensare alla continua corsa contro la mezzanotte del Capodanno del 2000 in Strange days o Point Break, incentrato sul continuo anticipo delle mosse di qualcuno, che siano le onde o dei rapinatori di banche. Personaggi che adorano la caccia, la sfida, il confronto. In The Hurt Locker lo fa alla grande spingendosi fino in Giordania e Kuwait per girare la storia tratta dai resoconti di Mark Boal del periodo “embedded” nelle squadre di artificieri in Baghdad. Per favorire il realismo, nessuno della troupe durante le riprese ha goduto di un trattamento e di comodità che non fossero quelle a disposizione dei militari americani in Iraq. Sporchi e sudati, i personaggi della Bigelow esprimono tutta la tensione che si respira al fronte, il peso di fronteggiare la morte così da vicino. The Hurt Locker è un’espressione utilizzata dai soldati per indicare una situazione particolarmente difficile e il protagonista, il sergente James, è uno specialista di situazioni difficili. Nel suo caso, la frase di apertura del film, “war is a drug” (tratta proprio dai reportage di Boal), è quanto meno indicata: James ama disinnescare le bombe e lo fa come fosse un confronto fisico, una sfida, una caccia. Mentre lavora, il sergente James si guarda intorno, tra le finestre dei palazzi, nelle macchine, fra le strade polverose, come se cercasse il suo rivale, per trapassarlo con lo sguardo e fulminarlo. Come se il segreto della minaccia che cerca di sventare non si celi nel groviglio di fili ed esplosivo che ha tra le mani, ma tra gli occhi che ti spiano all’ora del richiamo alla preghiera del muezzin. Ma sebbene siamo tra i militari americani in Medio Oriente, in teatro di guerra, The Hurt Locker non è un film di guerra, non nel senso che può avergli dato Spielberg in “Salvate il soldato Ryan” o Malick in “La sottile linea rossa”. Il conflitto iracheno per gli americani è una frontiera psicologica. Difficile vedere in questi anni pellicole che l’abbiamo affrontata dal punto di vista delle battaglie sul campo. Forse per la vicinanza emotiva con quelle bare che arrivano ogni giorno dentro la pancia di enormi aerei color verde militare. Per Hollywood, la guerra in Iraq è un conflitto interiore (Leoni per agnelli) o una questione di montatura mediatica (ad esempio, Rendition). Per la Bigelow è una questione di tensione, una sfida con se stessi e con un nemico invisibile e con il suo braccio armato, la bomba. Così, The Hurt Locker diventa un lento avvicinarsi al detonatore, staccando fili e sfidando il tempo che rimane prima della deflagrazione. Per un lavoro così, bisogna amare il pericolo, l’adrenalina, quella droga che ti porta al limite, per chiudere la caccia. Dal punto di vista visivo The Hurt Locker è un’esperienza. La Bigelow rinuncia a soffocarci con il montaggio ma lo fa con la polvere, il caldo, il pericolo strisciante, con un continuo allargare l’occhio della cinepresa e poi scendere di nuovo nel dettaglio, il particolare, il tutto visto da molteplici angolature. Da questo punto di vista la sequenza iniziale è preziosa e magistrale, un momento che è difficile dimenticare. Come lo è, del resto, l’interpretazione di Jeremy Renner, candidato all’Oscar, un lavoro sul personaggio e l’espressione talmente essenziale che passa quasi inosservato. Quasi.

bianca****½
Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.
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One thought on “The Hurt Locker – The rush of battle is a potent and often lethal addiction, for war is a drug Lascia un commento

  1. Visto l’altro giorno. E’ girato veramente in maniera sontuosa ma è freddo come un ghiacciolo a Caponord. Ci sono altri venti o trenta film di guerra che comunicano in maniera più efficace lo straziante senso di precarietà del soldato moderno. Davvero inspiegabile l’Oscar, a meno di non considerare il titanico senso di colpa nazionale. Paraculi.

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