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Moon – Space oddity (I think my spaceship knows which way to go)

moonmoonIl signor Duncan Jones è pieno di buon senso. Una delle prime cose che ha pensato di fare è stato cambiare il proprio nome da Zowie Bowie in Duncan Jones. Sì, Duncan Jones alias Zowie Bowie è il figlio primogenito di David Bowie. L’altra cosa piena di buon senso è aver girato “Moon” e averlo pensato come un film cucito addosso a uno dei miei attori preferiti, Sam Rockwell.

Con pochi soldi (5 milioni di dollari) e un pugno di giorni a disposizione per le riprese (per l’esattezza 33) il signor Jones ha scelto di percorrere la strada della fantascienza con delle scarpe cucite con poche buone idee da approfondire: niente computer ma solo modellini, come si faceva per “Spazio 1999” (non so voi, ma a me lo ha ricordato tantissimo); l’Uomo è al centro della scena (nonché un cast ridotto praticamente al lumicino), anche se non manca l’intelligenza artificiale, un computer di nome Gerty che fa tanto “2001 Odissea nello spazio” con la voce di Kevin Spacey.

Con così tanto buon senso nell’aria, e una discreta dose di poesia e immaginazione, non è difficile concludere che “Moon” è uno dei migliori film dell’anno. Il protagonista non è un astronauta, non è un poliziotto, tanto meno un detective o uno scienziato. Sam Rockwell è Sam Bell, un operario che lavora in una miniera. “Incidentalmente” gli scavi si svolgono sulla Luna nel cui sottosuolo si cela un prezioso minerale, l’Elio 3 che, in un prossimo futuro, sarà la fonte di energia pulita per tutta l’Umanità. Bell è completamente solo e la sua missione dura tre anni, al termine dei quali potrà tornare dalla sua famiglia. Mentre il suo tram tram quotidiano tra lavoro, giardinaggio e modellismo scorre tranquillo, a due settimane dalla fine della missione Sam Bell ha un incidente ma soprattutto vede qualcuno.

“Moon” non è un film di fantascienza, è un dramma umano che si svolge nel 2024. Il pensiero corre subito a progenitori illustri come “Atmosfera Zero”, “2002 la seconda Odissea”, “Alien”. A me è venuto in mentre “District 9” perchè, anche in questo caso, è l’idea alla base del film a renderlo unico, e la sua realizzazione un gioiello.

(Attenzione, qui spoiler)

Sam Bell lentamente sembra impazzire, ha delle allucinazioni e un incidente mentre si reca in una delle stazioni minerarie. Da questo momento i Sam Bell diventano due e il percorso verso lo smarrimento del senno sembra completarsi. È solo l’inizio. Così, mentre l’elemento tecnologico, il computer Gerty, è l’unico a mantenere l’equilibrio e la giusta prospettiva dei fatti, ma anche la necessaria umanità per relazionarsi con il neo-arrivato, è l’Uomo, gli individui che iniziano a perdere la testa. Il primo Sam Bell comincia a malfunzionare fisicamente ed emotivamente; il secondo è forte, baldanzoso, sicuro di sé, vuole capire cosa accade sulla stazione lunare e cambiare il corso degli eventi.

In “Moon” c’è così tanta umanità e riflessione sul nostro destino come specie animale da lasciare senza parole. E quando Gerty rende partecipe il primo Sam Bell del suo destino, quel tentativo di pacca sulla spalla per rincuorare il compagno di avventure è uno dei più grandiosi “contatti” uomo-macchina, ma anche creatore-creatura, che si ricordi al cinema. Allo stesso tempo ci accorgiamo che quello di Bell è il destino degli androidi che sognano pecore elettriche, dei replicanti, di Roy Batty e compagnia, una vita con una scadenza, un codice a barre, un vuoto neanche a rendere.

Straordinario come sempre Rockwell (dovrò verificare se esista un film con lui che non mi sia piaciuto) che costruisce due personaggi uguali che partono da altrettanti presupposti differenti, rispondendo a tante domande etiche e morali che ci poniamo di fronte all’argomento principale di Moon e che celo fino in fondo solo per non svelare proprio tutto del film. Composta e attenta la regia di Duncan Jones/Zowie Bowie, che si è scelto i giusti riferimenti cinematografici e ha lavorato su poche coordinate artistiche capaci di fare la differenza (come la trovata delle emoticon per le espressioni di Gerty). Solo un dato preoccupa: la voglia, dichiarata in un paio di occasioni, di fare di “Moon” una trilogia che porti a termine il discorso iniziato in questo primo “episodio”, per completare il futuro duncanjonesiano. Spero che tra 3 o 5 anni non mi dovrò pentire di quanto scritto qui, oggi, anno 2009.

bianca ****½bianca 2 Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura:magari non serve, ma è sublime.

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7 thoughts on “Moon – Space oddity (I think my spaceship knows which way to go) Lascia un commento

  1. Ho letto la tua recensione fino all’avviso di spoiler. E’ un film che aspettavo con ansia ma che purtoppo è stato distribuito in pochissimi cinema in tutta Italia. Una cosa assurda. Ad ogni modo credo proprio che comunque farò in modo di vederlo.
    Ciao

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  2. La carezza di Gertie è un momento splendido, uno di quelle sequenze in cui il cinema riesce miracolosamente a umanizzare la macchina, e con un semplice espediente x di più. Mi ha ricordato le strette di mano metalliche tra Eve e Wall*E.

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  3. Più tardi, guardando – Space Oddity (penso che la mia astronave sappia dove andare), se sanno anche che le mie navi adottare per migliorare le traiettorie su strada e comunica inoltre che è necessario per migliorare  online pharmacy

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