Supergirl recensione: Guardiani della Galassia con la S sul petto
Supergirl aka Kara Zor-El ama bazzicare i peggiori pub della galassia. Chi non amerebbe farlo, potendo? Tirare fino a tardi, ubriacarsi, fare cazzate di cui pentirsi il giorno dopo tipo contattare una ex o inviare un organo sessuale nella chat dell’ufficio. Chi non ha fatto queste cazzate? Io, probabilmente. Comunque è probabilmente l’idea più interessante di tutto il film. Perché suggerisce una direzione diversa: una Supergirl meno perfettina, meno santificata, meno “Superman con i capelli lunghi”. Una ragazza arrabbiata, sboccata, autodistruttiva. Una kryptoniana che preferisce un pessimo whiskey alle lezioni di morale e il valore dell’impegno civile.
Supergirl recensione: Kara Zor-El, l’anti-Superman da bettola spaziale
Peccato che il film non sappia andare oltre a questa intuizione. Diretto da Craig Gillespie, Supergirl sembra supervisionato in ogni fotogramma dallo spirito di James Gunn. Supergirl è il risultato di un esperimento genetico tra Guardiani della Galassia, Il Grinta (quello con John Wayne) e un qualsiasi sci-fi-fantasy che si sia ispirato a un qualsiasi western negli ultimi 10 anni. Il problema è che il DNA dominante è sempre lo stesso. E dopo un po’ il sapore diventa familiare come il ketchup sulle patatine: all’inizio piace, poi ti chiedi se esiste altro. Oggi non se ne può più, francamente.

Trama di Supergirl: vendetta, redenzione e troppe canzoni in colonna sonora
La storia è semplicissima. Una giovane ragazza, Ruthye, cerca vendetta contro il criminale che ha sterminato la sua famiglia. Una Kara-Supergirl recalcitrante decide di accompagnarla in questo viaggio attraverso la galassia. Diciamo che per lo più Ruthye si imbuca, si nasconde, prende passaggi clandestini e va in giro con una spada preziosissima che tutti cercano di rubarle. Un po’ perché oggetto dell’odio di Ruthye è anche il brigante spaziale che ha avvelenato il cane di Kara… sì, quel cazzo di Krypto. Da una parte c’è la sete di sangue. Dall’altra la ricerca di redenzione perché quel cazzo di cane è l’unico legame della kryptoniana con il suo pianeta di origine. Kara, lo hai trovato che rovistava nella spazzatura durante un funerale… te potevi fa’ due domande e datte almeno una risposta?
In mezzo ci sono pianeti, sparatorie, inseguimenti e una quantità industriale di canzoni messe in colonna sonora per ricordarti continuamente che stai guardando un film “cool”. Risultato: la più costosa playlist di clip musicali della storia… da quando l’omo inventò Videomusic, le tette di Paola Maugeri e il sorriso a 74 denti di Kay Rush. Il guaio è che la trama sembra assemblata con la stessa cura con cui si costruisce una playlist su Spotify. Le sequenze d’azione non scorrono: si accodano. Un videoclip dopo l’altro. Una canzone dopo l’altra. Una scazzottata dopo l’altra.
A un certo punto sembra quasi che il film dimentichi di raccontare una storia e preferisca limitarsi a collezionare momenti. Resta il dubbio perché sul pianeta rifugio di una gang di criminali che prosaicamente si fa chiamare I Briganti (casomai non fossero chiare le loro intenzioni) il gruppo residente di un pub talmente buio da non vedere cosa stai bevendo – e questo lo posso anche comprendere – canti “The Girl from Ipanema”. E qui forse tocchiamo un altro punto: il film a teoria. Gunn deve aver pensato fosse cosa buona e giusta portare avanti un concetto: le donne sono le vittime, i maschi sono quasi tutti predatori, però non date fastidio a una ragazza in una bettola su un pianeta di stupratori perché poi quella vi fa il culo. A me questa cosa non dà fastidio, anzi: vedere una donna prendere a calci nel sedere un maschio ha sempre un suo valore pedagogico, del resto è quello che fa mia moglie tutte le sere con me. Il punto è un altro: quando anche la ribellione sembra scritta seguendo il manuale delle cose giuste da dire nel 2026, qualcosa stride. Perché Supergirl vorrebbe raccontare un’eroina irrequieta, sporca, ingestibile, fuori posto. Ma ogni tanto la rimette in riga dentro una morale talmente aggiornata da sembrare già vecchia. Il problema non è il femminismo, sia chiaro. Il problema è il femminismo col navigatore acceso, quello che a ogni incrocio ti dice dove devi girare, cosa devi pensare e quanto devi sentirti dalla parte giusta della storia. Supergirl funziona quando Kara è una mina vagante. Funziona molto meno quando il film le mette addosso il giubbotto catarifrangente del messaggio corretto.
Anche la regia soffre di un problema di déjà-vu cronico. Ci sono almeno un paio di scene girate con la macchina da presa che segue un personaggio mentre sullo sfondo esplode il caos. Una soluzione che James Gunn utilizza da anni e che qui viene riproposta con la puntualità di una cover band che suona sempre gli stessi tre pezzi. Funziona ancora? Sì. Sorprende ancora? No.

Milly Alcock è la cosa migliore di Supergirl
Il vero paradosso è che Supergirl trova i suoi momenti migliori proprio quando smette di fare il film di supereroi. Quando Kara e Ruthye si fermano. Quando parlano. Quando mostrano ferite invece che superpoteri. In quei momenti emerge anche il principale punto di forza del film: Milly Alcock.
L’attrice riesce a dare una personalità precisa a Kara. È diversa da Superman. Più cinica. Più istintiva. Più fragile. Non è il simbolo della speranza. È una ragazza che cerca disperatamente di capire dove collocare il proprio dolore. Funziona. O almeno funzionerebbe se il film non la rinchiudesse continuamente dentro uno dei cliché più abusati del blockbuster contemporaneo: l’eroe riluttante, problematico, autodistruttivo, che beve troppo, impreca troppo e passa metà della storia a fingere di non avere un cuore.
L’abbiamo già visto. Nei Guardiani della Galassia. In The Suicide Squad. In metà dei prodotti Marvel e DC degli ultimi dieci anni. E ormai l’outsider è diventato talmente frequente da sembrare il nuovo conformista.
Poi c’è il problema morale che il film si porta dietro per tutta la seconda parte. Supergirl cerca disperatamente di convincere Ruthye a non vendicarsi. A non uccidere l’assassino della sua famiglia. Perché la vendetta corrompe. Distrugge. Ti trasforma. Concetto nobile. Peccato che il cattivo sia una delle persone più irredimibili mai viste sullo schermo negli ultimi anni. Nessuna zona grigia. Nessun trauma infantile. Nessuna ambiguità morale da manuale contemporaneo. È semplicemente un mostro, interpretato da Matthias Schoenaerts col pilota automatico e un sacco di robe appiccicate sulla faccia.
E allora il messaggio finisce per scricchiolare. Perché più che assistere a una riflessione sulla vendetta, sembra di assistere a una discussione in cui una delle due parti continua a ignorare l’evidenza.

Il problema di Supergirl: un film che assomiglia sempre a qualcos’altro
Alla fine Supergirl non è un brutto film. È qualcosa di più frustrante. È un film che funziona a tratti, che ha una protagonista convincente, che possiede persino qualche intuizione interessante, ma che non trova mai il coraggio di essere davvero sé stesso. Assomiglia sempre a qualcos’altro. Assomiglia ai Guardiani della Galassia. Assomiglia a un western.
Assomiglia a una serie TV montata come un film.
Assomiglia a una playlist. Assomiglia a tutto.
Tranne che a un’opera capace di lasciare il segno.
Quando finiscono i titoli di coda non resta una battuta memorabile. Non resta una scena destinata a entrare nell’immaginario collettivo. Non resta quell’immagine che ti accompagna fino al parcheggio del cinema. Non resta nemmeno una scena post credits e non la aspettate, a meno che non volete farvi due risate coi nomi di indiani buffi.
Resta soltanto Milly Alcock. Che non è poco. Ma non basta per salvare un universo.
** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.
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