Toy Story 5 recensione: la Pixar contro TikTok (e forse contro se stessa)
C’è qualcosa di profondamente ironico nel vedere la Pixar girare un film che mette in guardia dai pericoli degli schermi mentre metà della platea più giovane, durante la proiezione, controlla WhatsApp, Instagram o TikTok. Da una parte sullo schermo c’è Jessie che combatte per ricordare ai bambini l’importanza dei giocattoli, dell’immaginazione e dell’amicizia costruita faccia a faccia. Dall’altra, in sala, c’è qualcuno che sta guardando un video di un gatto che cade da una sedia. E forse dentro questa immagine c’è tutto Toy Story 5.

Toy Story 5: trama e significato della guerra tra giocattoli e schermi
Perché il nuovo capitolo Pixar è un film pienissimo. Di idee, di personaggi, di inseguimenti, di messaggi, di sottotesti e pure di buone intenzioni. Un pranzo domenicale con tutte le portate. Antipasto, primo, secondo, contorno, dolce, caffè e ammazzacaffè. Alla fine esci con la pancia piena e pure in coma da carboidrati e zuccheri, ma con la sensazione che qualcuno avrebbe potuto togliere almeno una portata dal menù. “Me fate magnà sempre troppo. Burp”.
La struttura narrativa continua a essere quella classica della saga: i giocattoli si perdono, si separano, si rincorrono e qualcuno deve sempre saltare sopra un mezzo di trasporto improbabile per salvare qualcun altro. Una macchina in corsa, un cavallo, una fuga improvvisata. A volte sembra quasi che i protagonisti passino più tempo a ritrovarsi che a stare insieme. E poi la strada de casa la perdono, ma la ritrovano sempre. Come tua moglie. Ma la vera questione non è questa. La vera questione è che Toy Story 5 ha tantissime cose da dire e quasi tutte sono sorprendentemente a fuoco.
Il conflitto tra giocattoli e schermi è probabilmente l’idea più interessante del film e anche quella più autobiografica. Una volta era Pixar il nuovo che cercava di spodestare il vecchio. Voleva soppiantare la Disney. Oggi Pixar si ritrova dalla parte dei giocattoli tradizionali, mentre il nemico è rappresentato da tablet, notifiche e algoritmi. È un ribaltamento affascinante. E forse anche per questo il film finisce per somigliare più ai vecchi classici Disney di quanto la Pixar stessa sarebbe disposta ad ammettere. Con una differenza: conserva ancora quel pizzico di leggerezza che impedisce alla morale di diventare una lezione scolastica. Anche se, ogni tanto, ci va molto vicino.

Ecco il punto dolente. Toy Story 5 fa riflettere più di quanto faccia ridere. Le gag funzionano, quando arrivano. La battuta sul padre di Buzz è perfetta. Lo sguardo di Buzz davanti a quel cavallino che sembra uscito da un negozio di mini pony strappa una risata autentica. I Buzz Tech svolgono il loro ruolo di reparto comico come i Minions o i pinguini del Madagascar, perché evidentemente nel contratto collettivo dell’animazione moderna esiste una clausola che impone la presenza di un gruppo di cretini adorabili. Però le trovate sono distribuite col contagocce. C’è una strana stanchezza creativa che emerge nei momenti in cui il film sembra preferire il discorso alla battuta.

Perché Jessie è la vera protagonista di Toy Story 5
La protagonista vera è Jessie. Statece. Woody e Buzz ci sono, ma meno di quanto ci si aspetterebbe. Per l’astronauta con le ali addirittura la butta sulla quantità di Lightyear sullo schermo, un po’ come quei proprietari di SUV sette posti che compensano una mancanza di virilità con il macchinone. Pixar invece compensa la minore presenza delle sue due icone affidando il cuore della storia a Jessie. Ed è una scelta che funziona. Perché è lei a comprendere la lezione più importante del film: il nuovo non va combattuto, va capito. Non bisogna distruggere i nuovi arrivati ma costruire una rete di protezione per chi è più fragile. Persino un tablet non è cattivo di per sé. Dipende sempre da chi lo utilizza. E come.
Il problema è che per arrivare a questa conclusione il film passa quasi due ore a ricordarci che stare davanti agli schermi è male, che l’aggressività nelle chat è male e che i piccoli troll prima o poi diventano grandi troll. Concetti condivisibili, per carità. Chiunque abbia trascorso cinque minuti dentro una chat di genitori scolastici sa che l’orrore cosmico lovecraftiano esiste davvero. Però a volte Toy Story 5 sembra più interessato a convincere gli adulti che a incantare i bambini.

Toy Story 5 fa ridere meno degli altri film Pixar?
E qui nasce la contraddizione più interessante. Se un film che vuole insegnare ai più piccoli l’importanza del gioco fisico e dell’amicizia reale viene seguito con maggiore attenzione dai genitori che dai figli, forse il problema non è soltanto nei bambini. Forse è il mondo intero che è cambiato.
Resta comunque un film sincero, pieno di cuore, con una bellissima colonna sonora impreziosita dalla canzone di Taylor Swift e un finale capace di colpire nel segno. E poi ci sono quei titoli di coda che nascondono un rover chiamato Robert Lewandowsky, dettaglio sufficientemente assurdo da meritare da solo un applauso.
Toy Story 5 non è il miglior capitolo della saga e probabilmente non è nemmeno il più divertente. È però quello che racconta meglio la Pixar di oggi. Una Pixar che non è più il bambino ribelle che rompeva le regole. È diventata il genitore che ti dice di posare il telefono. E il paradosso è che, mentre parla, qualcuno sta già guardando TikTok.
**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
Categorie


