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Death by Lightning recensione: Shakespeare alla Casa Bianca, Netflix racconta la Storia

Death by Lightning è la miniserie storica Netflix del 2025 che ti racconta un presidente dimenticato – James A. Garfield – e un attentatore che voleva entrare nella Storia dalla porta del consolato, ma ha trovato solo l’uscita di sicurezza del destino. Creata da Mike Makowsky e diretta da Matt Ross, la serie non costruisce suspense: costruisce personaggi, archetipi, maschere. Con Michael Shannon e Matthew Macfadyen a guidare la scena, il racconto dell’America del 1881 diventa un palco shakespeariano travestito da convention politica, dove il potere è un caso clinico e la follia un monologo da standing ovation. In questa recensione scopri perché la tensione non la fa il proiettile, ma gli sguardi, e perché Netflix non accende il fulmine: accende i riflettori sul destino.

Death by Lightning non ha bisogno di creare suspense: la Storia le ha già fatto da stagista. Garfield muore, Guiteau spara, Arthur eredita il trono come un tizio che ha vinto un concorso pubblico senza aver studiato. Spoiler? No, statistica. La miniserie Netflix, diretta da Matt Ross – quello che aveva mandato Viggo Mortensen a vivere nei boschi in Captain Fantastic e che ora manda un presidente dell’Unione al Creatore – sceglie la via più rischiosa: non farti tremare per il colpo di pistola, ma per la potenza del cast.

Michael Shannon interpreta Garfield come se fosse un armadio dell’Ikea montato da Tolkien: enorme, rassicurante, solido, con lo sguardo calmo di chi ha visto la guerra e non ha nessuna voglia di farci un podcast sopra. Non ci ricama, non la tira per le lunghe, la guerra è un mestiere sporco, il meglio è fare il proprio dovere e dimenticarsene. Guiteau, invece, lo interpreta Matthew Macfadyen come un Kendall Roy che ha perso le elezioni pure nel multiverso, s’è unto d’ambizione, ha sbagliato indirizzo della vita e alla fine sceglie l’unica uscita che conosce: la tragedia, il cappio, il botto. Il bello è che gli riesce pure a rubare la scena. Il brutto è che non gli riesce a rubare la poltrona. Un ossimoro vivente, letteralmente: eloquente come un attore shakespeariano, scalcagnato come un comparsa di Dickens, febbricitante come una Pringles lasciata aperta tre giorni.

James A. Garfield: da aspirante falegname alla Casa Bianca

La serie lo racconta come un idealista con la scheggia di legno sotto l’unghia e l’aria del padre americano che vuole solo costruire una cameretta alla figlia in mezzo al fango dell’Ohio. Quando lo chiamano “Deputato” mi casca la mandibola, quando lo eleggono Presidente ci rimani come quando Netflix ti chiede “Stai ancora guardando?” mentre stai in cucina a lavare i piatti: sì, ma non come credi tu. Garfield è il classico eroe per caso: non voleva la candidatura, voleva solo fare il tifo per un altro. E invece gli capita la Storia addosso, 36 votazioni di convention, un destino enorme e un finale minuscolo. La Storia lo ama, il destino no.

Charles J. Guiteau: fanatismo, fallimento e monologhi sebacei

Guiteau non è il cattivo: è l’incidente narrativo. Un uomo convinto che il sogno americano fosse un gratta & vinci morale, un predicatore che si crede profeta, un motivatore che si crede ministro, un attore della propria follia. Macfadyen lo interpreta come una tempesta verbale: non un fulmine, un black-out. È l’America che sbaglia personaggio, la convention che sbaglia candidato, il destino che sbaglia assassino, il pubblico che non sbaglia performance.

Chester Arthur (Nick Offerman): il Falstaff della politica USA

Nick Offerman arriva in scena come Falstaff con la panza epocale: cinico, dissoluto, clientelare, ma con la scintilla di redenzione che gli si accende solo quando il potere gli chiede il conto e il destino lo innalza alla responsabilità più grande. La Presidenza per lui è un confessionale con buffet: si monda dei peccati politici, diventa riformista, fa passare la legge sul servizio civile, salva l’Unione dal manuale delle raccomandazioni, si redime come se il pay-off fosse la condanna altrui. That’s America, baby. 

Nota d’obbligo per Bradley Whitford, direttamente da The Handmaid’s Tale, nei panni di James Blaine, indossati con dignità e carisma da grande statista. 

L’agonia presidenziale, la medicina e il pregiudizio scientifico

La tensione narrativa non la fa il proiettile, la fa la setticemia. La serie mostra chirurghi messi da parte perché neri, chirurghi scelti perché bianchi, e batteri ignorati perché invisibili. È una guerra tra microbi e pregiudizi: vince sempre quello che non si vede. E mentre la medicina inciampa in credenze antiche, la politica inciampa in credenze moderne, e il pubblico inciampa in quanto sia spudoratamente contemporanea una storia del 1881.

Il treno presidenziale, il popolo commosso e l’understatement eroico

C’è una scena in cui Garfield si ferma a una stazione e il popolo lo saluta piangendo, come se fosse l’unico treno puntuale della nazione. È il momento in cui la serie ti dice: “ok, adesso commuoviti, ma fallo piano, con dignità da Enrico V che non si crede tale”. Ed è lì che Death by Lightning diventa perfetta: quando smette di voler fare suspense e sceglie di essere personaggio. Dialoghi secchi, sguardi lunghi, destino corto, recitazione infinita.

Il trono della presidenza

La miniserie Netflix è basata sul libro di saggistica Destiny of the Republic: A Tale of Madness, Medicine and the Murder of a President del 2011 di Candice Millard ed è prodotta, oltre che dai già citati Ross e Makowsky, da David Benioff e D.B. Weiss, sì quelli de Il Trono di Spade. C’è una scena del finale, quando la moglie del presidente ormai morto va a trovare l’assassino, che ricorda moltissimo per inquadratura e dialoghi una simile proprio della serie HBO tratta da George R.R. Martin, quando Sansa Stark va a trovare Ramsay Bolton imprigionato. Entrambe le donne assicurano il condannato a morte: faranno in modo che di lui non rimanga nessuna traccia. Una scena potente, inquietante, ma giusta. 

Verdetto

Non un fulmine, non una folgorazione.
Una scarica ad alto voltaggio attoriale che ti brucia la retina e ti lascia la Storia sul comodino.

Ecco le migliori frasi e citazioni di Death by Lightning.


Le migliori frasi e citazioni di Death by Lightning

Nessuna grandezza è mai esistita senza un tocco di follia. Guiteau

La legge sui brevetti… quello è un campo per chi non ha idee proprie. Guiteau

(La candidatura a Presidente degli Stati Uniti) Blaine: É vostra deputato. 
Garfield: Non mi avete chiesto se la volevo.
Blaine: Tutti la vorrebbero. 

Preferirei perdere con voi che vincere contro di  voi. Garfield 

Capisco la logica: non puoi aiutare nessuno se non ti eleggono. Molly

Non si può fermare un assassinio più di quanto non si possa prevenire un fulmine. Garfield

Preferisco di gran lunga stare con la gente comune che con i politici. Garfield

Prima o poi tutti dobbiamo piegarci dalla parte dl più forti. Meglio far parte del sistema che esserne esclusi. Arthur

Un buon capo sa quando fare la guerra e quando promuovere la pace. Kate

Costi quel che costi è il nostro credo. Conkling

Da oggi ogni banconota stampata negli Stati Uniti avrà la firma di un uomo nero. Non è molto ma è già qualcosa. Bruce

Tu mia brillante e bellissima figlia farai grandissime cose. Garfield

Ho sempre sognato in grande rispetto alle mie possibilità. Garfield

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