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Serial&Co(cci)/Mad Men/Recap Final Season (Attenzione SPOILER)

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Move forward

È sempre stata la filosofia di Don Draper (Jon Hamm). Un altro nome, un altro lavoro, un altro spot, una nuova ispirazione, una nuova amante. Sempre avanti spostando quel confine un po’ più in là, ma oggi non è più possibile perché Mad Men è finito portando via con sé lo splendido acquario di personaggi che mi/ci hanno tenuto compagnia per otto anni e tutti i loro guardaroba. Una grande corsa che ha attraversato gli anni Cinquanta e Sessanta fino all’inizio dei Settanta, raccontando due decadi di evoluzione della società americana. Si chiude in un caleidoscopio di emozioni. Joan (Christina Hendricks che dio la benedica) e Peggy (Elisabeth Moss) completano il loro tragitto da segretarie a donne in carriera padrone del proprio destino in un mondo maschilista, ciascuna senza rinunciare a essere madre e/o amante e/o moglie, scritto come un tatuaggio nell’animo. Roger (John Slattery, aka l’uomo che voleva pisciare addosso a Carrie Bradshaw) trova l’amore, o almeno sarà così finché dura. Pete Campbell (Vincent Kartheiser) torna dalla moglie e la figlia, cambia città, nazione e lavoro per poter ritrovare uno spazio suo di felicità. Betty (January Jones sempre sia lodata) scende a patti col destino e sua figlia è pronta a diventare donna.

Nel 92esimo episodio, Person to Person, la maggior parte dei dialoghi significativi sono al telefono: quello tra Don e Betty, spaccacuore, in cui Draper prova a prendere su di sé la responsabilità dei figli, dopo aver saputo che la ex moglie sta morendo di cancro, ma ancora una volta si trova messo da parte. Se avesse voluto, Don non avrebbe telefonato, ma avrebbe preso il primo aereo per tornare e Betty lo sa che è quella è la sua natura. L’addio è straziante: con “Birdie” (“Passerotto”), come la chiamava un tempo quando erano una famiglia, oggi che non lo sono più, anche per Don è il momento di capire che certi amori non finiscono.

I love you, Peggy and I always will
I love you, Peggy and I always will

Sempre al telefono, ma separati forse da un piano negli uffici della McCann dove lavorano, Peggy e Stan si confessano amore, un gioiellino vivido di colori rimasti troppo spesso ingessati dietro la maschera professionale. Poco prima Peggy aveva parlato con Don, in una telefonata che sembrava un addio, in cui Dick/Don confessava a lei i peccati che ha detto forse solo a Betty e che lo stavano facendo crollare. “Ho rubato l’identità di qualcun altro e non ne ho fatto un buon uso, ho scandalizzato mia figlia…”. Peggy cerca di destarlo “Torna a casa… Non vuoi fare qualcosa di bello per la Coca Cola?”. Nella sua continua ricerca di quel qualcosa in più, nel continuo tentativo di raggiungere un confine che è come un orizzonte e si sposta con te sempre più in là, Don è finito nel deserto dello Utah a pilotare un’automobile sperimentale nata per battere record di velocità. Poi, in una comunità hippie a fare yoga, tai chi e sedute di coscienza di gruppo, una sorta di alcolisti anonimi per gente disperata dove Don capisce il motivo per cui tutti sembrano lasciarlo a distanza: la sua incapacità di amare lo tiene distante e isolato da chi lo circonda, quasi nascosto in un ripiano del frigorifero, ti guardano, ti sorridono ma nessuno vuole darti un morso. Così in un’ultima scena, dopo essere finalmente entrato in contatto con questo suo confine interiore, mentre fa yoga con i suoi nuovi amici hippie e recita “Aummmm”, Don finalmente sorride. L’ultima sequenza è tutta per un celeberrimo spot Coca Cola con la canzoncina “Vorrei comprare al mondo una casa/Vorrei comprare al mondo una Coca Cola/Quello che il mondo vuole oggi è la verità. Il mondo vuole Coca Cola”. Un messaggio di amore universale. Lo ha scritto e ideato Don? Magari insieme a Peggy? Mettendo insieme volti, razze, religioni e spiriti laici, tutti uniti da una Coca Cola? Forse sì… Sicuramente sì. Così, i valori della rivoluzione sessantottina, pace, amore, fratellanza, e la serenità (apparentemente) ritrovata di Don diventano merce, strumenti per propugnare il credo consumista. Dietro la poesia di uno spot che è entrato nella cultura popolare (fu girato nel 1971 su una collina vicino Roma, costò oltre 250mila dollari dell’epoca e la prima versione italiana fu del 1983, il famoso “Vorrei cantare insieme a voi” per gli auguri di Natale… Ricordo che non aspettavo altro che poter vedere quello spot in tv), Wiener ci dice che le nostre emozioni possono diventare nient’altro che una spinta per prendere in mano il portafoglio, dove però non troveremo mai una magica armonia.

Sorridi Don
Sorridi Don

Epilogo a casa Coccinema

Lui: Ti è piaciuta?
Lei: Sì perché in un solo episodio hanno ripercorso tutte le cose importanti della vita: l’innamoramento, un nuovo inizio, i figli, una coppia matura che si gode la vita. Bello. E a te? È piaciuta?

Lui: Mah come finale definitivo di una serie così importante ci devo pensare su.
Lei: Ma era il finale? Il finale “finale”?

Lui: Eh sì. È finito. Niente più Mad Men.
Lei: Non avevo capito che era l’ultima. E finisce così?

Lui: Sì, è finito con la Coca Cola.
Lei: Ah. Cazzo.

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