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Visioni successive/Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) o del se tutto è piano sequenza, niente è piano sequenza

birdmanNoto con piacere che il virtuosismo sta prendendo sempre più piede ad Hollywood. I nuovi narratori non si limitano a raccontare una storia, ma cercano forme espressive nuove e ardite. Non è certo una novità: si ricordano Nodo alla gola di Hitchcock, più recentemente il Memento di Christopher Nolan, ma negli ultimi tempi gli esperimenti si sono moltiplicati: Buried, oppure Gravity e ancora più recentemente Boyhood e proprio questo Birdman. Che sia voglia di narcisismo all’insegna dell'”Ammazza quanto so bravo” o semplicemente una ricerca espressiva, è un piacere poter vedere questi esperimenti, ma sebbene sia stato sempre un convinto assertore del concetto che la forma è sostanza, non si può fare a meno di chiederci a chi parlano queste opere così avveniristiche dal punto di vista espressivo.

Ecco quindi Birdman, un film di cui tutti, o quasi tutti, hanno parlato non bene, ma benissimo, concentrandosi proprio sullo stile scelto da Inarritu: un continuo piano sequenza che ci cala dentro tre giorni di vita di un attore di Hollywood caduto in disgrazia che decide di mettere in scena un libro di racconti di Raymond Carver – “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Il nostro eroe, Riggan Thompson, un tempo ha fatto furore interpretando Birdman, un supereroe riconducibile a uno a caso dei personaggi fumettistici che invadono il mondo di oggi. Riggan è stato messo in disparte quando ha rifiutato l’ennesimo sequel e ora, sul viale del tramonto, sente la necessità di essere coinvolto in prima persona in qualcosa di artisticamente rilevante. Ha scritto, diretto e prodotto la piece teatrale che deve fare la prima a Broadway, investendo gli ultimi spiccioli. Sceglie i racconti di Raymond Carver, un’opera difficile da evocare su un palco, minimalista e piena di sfumature. Con lui una pattuglia di attori schizzati, tra cui una primadonna (Naomi Watts) con problemi di autostima e un attore protagonista (Edward Norton) che rappresenta esattamente ciò che vorrebbe essere (stato) Riggan, figura carismatica e ispirata, un nome la cui sola presenza su un cartellone basta e far vendere i biglietti; poi c’è la figlia di Riggan (Emma Stone), appena uscita da un centro di riabilitazione per tossicodipendenti e che fa la segretaria, una ex moglie onnipresente e materna, una critica teatrale bastarda e soprattutto lui, Birdman, l’alter ego di Riggan, che parla continuamente all’attore invocando un ritorno alla grandezza di un tempo. Specifico che Riggan non solo sente le voci, ma addirittura è convinto di possedere i superpoteri di Birdman, calandosi in un mondo onirico che alimenta la sua disperazione in una dicotomia artistica inconciliabile: chi siamo, chi vorremmo essere, il tutto alimentato da un mondo invaso dai social, gente con i telefonini che riprende tutti e tutto, tweet e status che alimentano la proiezione onanistica dell’Io a scapito dell’essere, la distinzioni, infine, tra essere e apparire.

Come abbiamo già spiegato, tutto questo Inarritu lo racconta in un continuo piano sequenza, come in un reality show in cui i personaggi si muovono nel suo personale acquario. Per aumentare l’indice di realismo, per interpretare il suo Riggan, Inarritu ha scelto Michael Keaton che come lui stesso ha ricordato cadde in disgrazia per aver rifiutato di lavorare nel terzo Batman degli anni Novanta.

Tutti hanno scritto della splendida prova attoriale, valorizzata dalle candidature agli Oscar di Keaton, Norton e Stone, ma posso dire una cosa? Keaton fa se stesso, la Stone fa se stessa in versione dimagrita, la Watts fa una cosa che assomiglia molto a Naomi Watts, Edward Norton è sputato Edward Norton (a proposito, appare quasi nudo e mi chiedo: dive è finito il tatuaggio con la svastica?). Praticamente un biopic d’ensemble, bella forza che sono stati bravi, pure io ogni giorno devi vedere che applausi per la mia interpretazione.

fightclub** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.

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