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Visioni (di molto) successive/Il Maestro

the master posterLa santissima trinità è Nolan Nostro Signore, Paul Thomas Anderson lo Spirito Santo e Refn è Gesù. Così è capitato che qualche mese fa lo Spirito Santo si sia manifestato nelle sale di tutta la Galassia con The Master. L’epifania ha stupito il mondo, è valsa ad Anderson il premio per la regia a Venezia, a Phoenix e Seymour Hoffman la coppa Volpi e per entrambi, insieme alla deliziosa e inquietante Amy Adams, la candidatura agli Oscar dello scorso febbraio.
The Master mi ha messo cosi in suggestione che ho dovuto aspettare la serata ideale per vederlo, poter essere abbastanza lucido e concentrato per contemplare le 2 ore e 17 minuti della lunghezza del film. La mia attesa e soprattutto la mia preparazione non è stata invano. The Master è una maestosa costruzione, fredda e splendida come la piramide tra i ghiacci di Ozymandias. Un capolavoro tecnico in cui l’Umanesimo di Anderson si esalta, ma che non scalda il cuore.
Il giovane Freddy combatte nella Seconda guerra mondiale. Quando lascia l’esercito ha dei problemi nervosi e delle psicosi sessuali che non è possibile curare. È dedito all’alcol. Nel corso della sua vita sbandata, si imbarca su una nave. Il caso vuole che sull’imbarcazione sia riunita la setta La Causa, guidata dal carismatico Lancaster Dodd. Malgrado la diffidenza iniziale, il ragazzo diventa un esponente importante del culto fino a quando se ne allontana, tornando nel mondo con i suoi problemi.
La magniloquenza di The Master è nella forma, Paul Thomas Anderson è un Maestro vero e proprio, l’esponente più vicino alla lezione di Kubrick. Ogni inquadratura è perfetta, costruita e creata come un quadro. Il film stesso è suddiviso in quadri e proprio come Kubrick usa la musica per dividere la storia in capitoli, unendo anche quello che apparentemente non sembra collegato.
Iconicamente l’acqua e i liquidi in genere (anche nella sua forma alcolica) segnano la pellicola. Più di una volta Freddy si ritrova a osservare la scia di una nave che si perde all’orizzonte. “Lasciamo una nostra scia nel mondo?”, è una domanda che è nata spontanea anche dopo il finale [SPOILER] in cui il nostro protagonista abbandona la setta e, dopo il coito con una ragazza incontrata in un pub, sottopone alla compagna di letto la stessa serie di domande a cui lui stesso aveva risposto durante uno dei metodi di introspezione della setta.
“La storia si ripete prima come tragedia poi come farsa” e il dubbio che lo stesso Freddy, un giorno, decida di prendere su di sé la responsabilità di un culto mi ha assalito all’improvviso.
Sono tutte le dinamiche interne alla setta e la reazione di essa alla presenza di un caso problematico come quello di Freddy a rappresentare il nucleo del racconto. Dinamiche relazionali in cui il carismatico Dodd lancia molte ombre sulla sua figura mentre l’enigmatica moglie Peggy sembra avere molto più peso nella vita de La Causa rispetto a quello che sembra. Amy Adams è come la mela di Biancaneve: bellissima ma velenosa. Meravigliosa in tal senso la scena in cui Lancaster e Peggy sono nell’intimità della loro camera, Peggy sotto le coperte parla veloce al marito e lui scrive quasi sotto dettatura.
The Master fece rumore già prima dell’uscita per i chiari richiami all’esperienza di Scientology. Io stesso guardandolo mi sono divertito a pensare a Tom Cruise che si sottopone agli stessi metodi di introspezione. Ma il film non prende mai i contorni dell’accusa al movimento, o della aperta critica. Non è un atto di accusa ma un’umana rappresentazione di miserie e spinte verso l’automiglioramento, un confronto tra due personaggi come quelli di Freddy e Lancaster interpretati magistralmente mostrando tutto il lato oscuro dell’animo umano, ma senza giudizi. O pregiudizi. A dispetto di Tom Cruise.

bianca****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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One thought on “Visioni (di molto) successive/Il Maestro Lascia un commento

  1. la valutazione morettiana ci sta a fagiuolone…puo non servire ma uscire dalla sala o vederlo in bd e’ un esperienza appagante.
    E’ un po come una partita a football manager…hai comunque giocato a calcio…ma in maniera piu rilassata non convulsa, con attenzione ai particolari e con il quadro generale che ti si e’ costruito attorno passo passo..poi il capo ultra Gioacchino Fenice ti prende e con la sua camminata storta e la bocca penzoloni, ti dice che esiste il calcio vero…ti porta tra gli spalti a godere della pienezza di uno stadio pennellato di immagini suggestive ( la corsa in moto nel deserto verso “il punto” e la sua conclusione, inquadrature maniacali spesso al limite delle ambientazioni di Adams o Hopper, la centralita dei volti )..e hai quella sensazione all’ ultimo gradino, quando ti si spalanca il manto erboso davanti, che c’e gente come te a cui quei quattro calci a un pallone, piace goderseli e farli godere

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