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La solitudine del primo episodio/Director’s cut/Black Mirror 2

Mozione d’ordine
Ci troviamo di fronte a un qualcosa di alquanto inusuale nella televisione o che comunque ci riporta indietro di parecchi anni, ovvero a quando attaccarsi a un personaggio, a una serie di personaggi e ai loro viaggi in dimensioni parallele, nel passato o nel futuro, non sembrava così importante, almeno non tanto quanto la reazione da suscitare nello spettatore o la sua riflessione. E no, non si tratta di una fiction su Padre Pio. Quindi, edizione speciale de La solitudine del primo episodio in cui scriverò, umilmente, circa i nuovi tre episodi scritti e prodotti da Charlie Brooker.

SPOILER ALERT
Se li avete visti, è meglio. Cercherò per quanto possibile di evitare riferimenti alla trama ma forse è meglio prima guardare e poi credere.

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Cos’è?
Una miniserie di tre episodi, con cast e trama diverso per ogni puntata. L’unica costante è l’influenza della tecnologia nelle nostre vite e soprattutto nel mutamento della condizione della nostra umanità. Il black mirror è quello che vedete se prendete in mano il vostro telefonino spento o il monitor del computer o la televisione spenta, quello che rimanda è un pallido riflesso del nostro essere uomini e donne. Siamo in un futuro prossimo venturo, niente guerre stellari o Star Trek.

In questa seconda stagione, nel primo episodio una vedova trova nuove strade per elaborare il recente lutto; nel secondo una donna si sveglia in una casa, non ha alcun ricordo a parte alcuni flash ed è improvvisamente inseguita da dei pazzi assassini mentre i passanti riprendono la sua fuga con i cellulari senza intervenire; nel terzo un comico che anima un pupazzo digitale si ritrova candidato alle elezioni.

Come è?
Il segreto di Black Mirror è riprodurre scenari plausibili del nostro futuro e capire come reagisce l’Uomo. Se la prima stagione era il colpo di scena a farla da padrone e a dominare la nostra percezione rispetto alla storia, qui è il racconto e i suoi sviluppi a prenderci la mano. È la deriva della nostra umanità che interessa a Brooker, come piccoli gesti quotidiani possono trasformarsi in atti che ci condurranno a perdere conoscenza di noi stessi. Prendete il primo episodio. SPOILER ALERT. Martha (interpretata dalla tettuta Heyley Atwell vista in Captain America) è sconvolta dalla morte del compagno, Ash, deceduto in un incidente d’auto, probabilmente perché incapace di staccarsi dal telefonino. Lei ha sempre avuto un rapporto sano con la tecnologia: la usa per lavorare, sa quando usarla, sa metterla da parte. Al funerale, una sua amica le suggerisce un sito che, utilizzando tutta l’attività online del defunto, può generare un avatar che risponda al telefono e, addirittura, con una spesa sostanziosa, un robot uguale ad Ash. Dapprima reagisce sdegnata, ma poi, in crisi e dopo aver scoperto di essere incinta, accetta di utilizzare il sito. Qui è l’elaborazione del lutto in gioco: cosa ognuno di noi sarebbe disposto a fare per coltivare l’illusione che chi abbiamo perduto è ancora al nostro fianco? Poter sentire il suono della sua voce o abbracciarlo ancora una volta? A me è sembrata un’idea geniale e se storcete la bocca pensando che si tratta di una situazione troppo irreale, o talmente sconveniente dal punto di vista etico che a messuno verrà mai in mente, riflettete sulle politiche di Facebook per i siti della persone morte. Poi ne riparliamo. Insomma, Martha scivola sempre di più dentro questa menzogna fino a comprendere che il nuovo Ash non è altro che una pallida copia di un già vissuto, incapace di sorprenderla, come guardare delle vecchie foto. Ma dopo che Ash ha preso vita, lei non riesce più a disfarsene (implicazioni etiche e morali sui cloni e similari) e lo rinchiude in soffitta, dove sua figlia andrà a trovare la copia del padre mentre Martha non potrà neanche guardarlo.

Nel secondo episodio Brooker ci sorprende ancora di più: all’inizio ci inganna trasportandoci in un tempo in cui un virus ha infettato alcuni uomini attraverso la televisione facendoli impazzire. Ad alcuni non resta che essere prede. Alla fine scopriamo la verità: la protagonista è stata condannata per aver assistito all’assassinio di una bambina senza far nulla. La sua pena è proprio questa: un eterno reality (degli sconosciuti assistono a tutto e riprendono con i telefonini) entrato in loop per chissà quanto tempo, in cui è punita a vivere la stessa situazione della sua vittima. Il sistema carcerario perde ogni intenzione di redenzione e diventa mero prodotto di intrattenimento. E di vendetta.

Ora, visti questi due episodi, a me sono venuti in mente i grillini. Sarà perchè ho l’impressione che in loro ci sia troppa fiducia nelle idee e poco nell’Uomo; ho l’impressione che Brooker metta al centro del suo racconto proprio quelle idee o invenzioni possono umiliare l’Uomo se l’Uomo non ne è attore e protagonista. Be’, credeteci o no, il terzo episodio di Black Mirror racconta di un comico, che dietro un computer anima un orsetto digitale blu, che per il gioco di un programma televisivo entra in competizione in una campagna elettorale. Non vince ma crea un nuovo modo di far politica, un modo in cui chi non è reale per gli elettori lo è più dei candidati in carne ed ossa, perché li insulta, perché li accusa senza proporre nulla, perché paga chi assiste ai comizi per tirargli una scarpa addosso. Come dice Grillo“cambierà il mondo”. Be’ l’orsetto blu con il cazzo in erezione ci riesce.

C’è la fica?
Poca.

Che cosa ti ricorda?
Lo ha detto lo stesso Brooker: Ai confini della realtà, quando le storie e gli uomini che le vivevano erano più importanti della loro riproducibilità all’infinito – o almeno finché gli ascolti aiutano. Anche questo mi sembra un bel corto circuito tecnologico e anti-modernista.

Lo consigli?
Sì, è un modo per guardare ai nostri giorni, capire il nostro tempo e le nostre scelte, anche quando premi invio per pubblicare un post su Facebook, un twit su Twitter o trascorrere del tempo in uno dei centinaia di siti, applicazioni, social, tumblr con cui ci illudiamo di riempire la nostra vita e allontanare la noia mentre invece ci tengono lontana dal viverla.

Sì, anche i blog e quei pazzi che ne hanno più di uno.

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