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Prima visione – Anni Ottanta Revival

Il quarto Mission: Impossible di Tom Cruise, attore e produttore, punta diretto al marchio di fabbrica, nel rispetto della tradizione: una missione chiara, da compiere ricorrendo ad acrobazie autenticamente al limite delle possibilità umane. La tecnologia gioca un ruolo fondamentale e sullo schermo vediamo tutto e anche di più: realtà virtuale, guanti da uomo ragno, lenti a contatto con chip per il riconoscimento visivo, con una certa dose di autoironia quando Ethan Hunt è costretto a prendere a pugni i suoi giocattoli per farli funzionare. Così, garantito il lato impossibile del teorema, restava da elaborare una trama abbastanza semplice per non far venire il mal di testa agli spettatori: un professore pazzo vuole scatenare una guerra nucleare per spazzare via quasi tutto il genere umano e consentire al più forti di rinnovare la specie. O una cosa simile. Così ruba i dispositivi e i codici di lancio russi, sabota un satellite di un magnate delle comunicazioni indiano per usarlo al suo scopo: lanciare un missile russo contro l’America, sperando nella ritorsione.

Cosa c’è di più vecchio e consunto? Perfino Spie come noi, con Chevy Chase e Dan Aykroyd, aveva una trama simile… Senza contare le motivazioni che, in modo diverso, muovono i personaggi, come la vendetta per un collega ucciso o, ovviamente, l’amor di patria… Manca del tutto la profondità delle azioni che vediamo sullo schermo che non siamo il solito “Cazzo la civiltà occidentale sta per finire!”. Sai che perdita… C’è qualcosa in Jeremy Renner, come il rimorso per eventi passati in cui non siamo riusciti a fare il nostro dovere e qualcuno a cui tenevamo è morto ma è un personaggio spiegato in maniera puerile e risolto in modo ancor più banale. Jane Carter interpretata da Paula Patton, invece, ottiene la sua vendetta, anche se gliela strappano dalle mani. Almeno Simon Pegg ha la sua identità: è il momento comico e devo dire che gli riesce alla grande e alla fine è l’unico che presenta almeno due sfaccettature. In tema di attori, segnalo a tutti gli amanti di Lost (ma soprattutto alle amanti nei loro sogni) di Josh Holloway, Sawyer.

Resta da dire che quanto proposto sullo schermo intrattiene e diverte: la scalata alla Burj Tower di Dubai toglie il fiato e anche l’inseguimento dentro un parcheggio ultratecnologico di Mumbai mi ha conquistato (e mi ha ricordato una scena di Monsters&Co in cui Sulley e Mike inseguono la lucertola Randall attraverso il sistema mobile di caricamento delle porte) Ecco l’altro elemento che inserisce una trama vecchia nel nostro tempo: location in linea con la nuova geopolitica del mondo. Dopo un rapido inizio a Budapest, passiamo per Mosca (qui fanno a pezzi il Cremlino, devo dire un altro dei momenti forti del film) e le citate Dubai e Mumbai. Il regista Brad Bird (ricordiamolo, quello de Gli Incredibili) e i suoi sceneggiatori giocano a raccontare visivamente questi paesi emergenti come un misto di tradizione e innovazione: la supertecnologia dell’albergo nella penisola araba o la festa indiana in cui vecchio e nuovo si mescolano fino a confondersi.

L’adrenalina ti trascina e, finita la proiezione, ho controllato il telefono e verificato la posta. Ho ricevuto solo spam, niente messaggi per missioni impossibili o tracking di satelliti tattici. Avevo voglia di pedinare qualcuno. Meno male che sono corso a casa.

PS: il titolo completo è Mission Impossibile: Protocollo fantasma e uscirà in Italia il 27 gennaio.

***
È stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere

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