Due Spicci recensione: Zerocalcare ci presenta il conto (e stavolta non basta una battuta)

A un certo punto della vita succede una cosa terribile: smetti di poter dare la colpa a tua madre, alla scuola, ai mezzi pubblici, ai cartoni animati giapponesi, al capitalismo, a Darth Vader, a Pollon, al Titanic e pure a quello che ti ha fregato il posto a sedere sulla Metro B nel 2007. La vita arriva e ti presenta il conto. Due Spicci, la nuova serie Netflix di Zerocalcare, parla esattamente di quel momento.
Due Spicci, la nuova serie Netflix di Zerocalcare, parla esattamente di questo. Di debiti. Economici, sentimentali, familiari, morali. Di tutto quello che abbiamo continuato a rimandare sperando che il tempo, per pietà o distrazione, si dimenticasse di chiederci il saldo.
Naturalmente siamo sempre nel mondo di Zerocalcare: romanaccio lingua ufficiale, sensi di colpa che spuntano da ogni angolo, il Parlamento delle Paturnie in seduta permanente, l’Armadillo come coscienza esterna e persone percepite come un accollo burocratico che però, ammettiamolo, spesso un po’ lo sono davvero. Solo che stavolta qualcosa cambia.

Un thriller di quartiere che vuole parlare dell’età adulta
L’innesco sembra quasi quello di una serie criminale romana. Cinghiale finisce nei guai con gli strozzini per pagare la comunione della figlia, in una dinamica che sembra uscita direttamente da Piovono pietre di Ken Loach. La serie stessa si diverte a prendere in giro le inevitabili somiglianze con Suburra. Ma il debito è soltanto il motore. Mentre aspetti di capire come si risolverà il thriller, Zerocalcare ti prende per mano e ti porta altrove. Molto altrove. “Troppo” altrove.
Talmente altrove che dopo venti minuti non ricordi più da dove era partita la conversazione. Io so’ anziano regà, perdo facilmente il filo, soprattutto se parti da un punto e sulla mappa mentale della storia e fai un ghirigoro grosso come l’Africa.
Una digressione porta a un ricordo scolastico. Quel ricordo genera un trauma. Il trauma richiama Pollon. Pollon richiama Guerre Stellari. Guerre Stellari richiama un complesso emotivo. Il complesso emotivo apre una parentesi su Titanic. Titanic apre un’altra parentesi. E quando finalmente torni al punto iniziale, Netflix ti sta già suggerendo l’episodio successivo.
È il solito flusso di coscienza zerocalcariano, ma questa volta inserito dentro una struttura narrativa più robusta e corale.
Non si può più fare i Goonies
La vera intuizione di Due Spicci è che i protagonisti non possono più vivere come se fossero eternamente sospesi in una zona franca dell’esistenza. Non possono più fare i Goonies. La precarietà non basta più come alibi universale. L’amicizia storica non basta più come scudo. L’ironia non basta più come assicurazione sulla vita. Così la serie allarga il campo. C’è Smeralda, che introduce una linea narrativa apparentemente romantica ma molto più dolorosa di quanto sembri. Ci sono Sara e Stella che raccontano la crisi delle relazioni adulte, mentre Zero continua a comportarsi come se ogni legame sentimentale fosse un ordigno inesploso da osservare a distanza di sicurezza.

C’è Secco, forse il personaggio che sorprende di più, perché il suo cambiamento costringe tutti a fare i conti con una domanda scomoda: cosa succede quando perfino le persone che sembravano immobili iniziano a muoversi? Ma soprattutto: come cazzo ha fatto Secco a riprodursi? Partenogenesi? Mitosi? Sessuata? No dai sessuata no, come fa Secco a trová una? Però, in effetti non sembra così strano.
E poi c’è Sara, che passa metà serie a cercare di salvare gli altri senza accorgersi di avere gli stessi problemi del caso umano che si è caricata sulle spalle.
Il problema di Zero è che parla troppo
Ma proprio troppo. Taaaaaaaaaanto. E il bello è che la serie lo sa. Zero parla perché ha paura di scegliere. Parla perché scegliere significa sbagliare. Parla perché ogni decisione chiude infinite possibilità.
Così il continuo rimuginare che nelle opere precedenti sembrava soltanto una caratteristica stilistica diventa il problema stesso della storia.
Il punto è che in otto episodi il meccanismo mostra anche tutti i suoi limiti. Le ripetizioni diventano più visibili. Le divagazioni restano spesso divertenti ma iniziano a sembrare prevedibili.
Alcuni momenti emotivi vengono spiegati, poi ribaditi, poi spiegati di nuovo come se qualcuno avesse paura che lo spettatore non li avesse compresi. E invece li aveva capiti benissimo venti minuti prima.

Quella che nei fumetti è una caratteristica naturale del linguaggio di Rech qui rischia a tratti di trasformarsi in una lunga seduta terapeutica pagata dallo spettatore.
Tutti colpevoli, tutti assolti
C’è poi un altro aspetto interessante. Da sempre Zerocalcare prova a comprendere tutti. A volte persino troppo. In Due Spicci questa tendenza emerge con particolare evidenza. Si cerca continuamente l’origine dei comportamenti nei traumi, nelle fragilità, nelle ferite. Della violenza.
Un impulso profondamente empatico ma che ogni tanto rischia di trasformarsi in una forma di assoluzione preventiva. Come se spiegare una persona significasse automaticamente giustificarla. E invece non sempre è così. Non tutti quelli che hanno avuto un’infanzia difficile diventano mostri. Non tutti i mostri hanno avuto un’infanzia difficile. Io me lo immagino Michele nell’inferno del Vietnam dello Chateaubriand, della Rebibbia bene che cerca di sopravvivere con i disegnini e affrancarsi da tutti quelli che lo hanno bullizzato. Lo racconta lui stesso.
La serie sfiora questa contraddizione senza affrontarla completamente, lasciando intravedere un certo nichilismo di fondo in cui tutto sembra ugualmente comprensibile e quindi, in parte, ugualmente assolvibile.

La madre di Zero e il tempo che passa
Tra le cose migliori della serie c’è però la madre di Zero. All’inizio sembra l’ennesimo personaggio comico. In effetti è un personaggio comico ma è anche la persona che rivela le grandi verità a Zero senza che lui le comprenda appieno. È il destino del rapporto genitori-figli. Lo so, “famme la fettina panata Ma’, con le patatine fritte”. Poi diventa qualcos’altro. Una presenza che accetta l’inevitabilità delle separazioni e dei cambiamenti.
In una serie piena di persone che cercano disperatamente di congelare il presente, è forse l’unico personaggio che ha davvero capito come funziona il futuro.
Animazione sempre più bella
Dal punto di vista tecnico siamo probabilmente al punto più alto raggiunto dalle produzioni animate di Zerocalcare. L’animazione tradizionale 2D paperless e cutout è più fluida, più ricca di dettagli, più dinamica. Le transizioni funzionano meglio. Le scene d’azione sono più leggibili. Gli inserti in stop motion si integrano senza strappi. È una crescita evidente che permette alla serie di sostenere senza fatica una durata superiore rispetto ai lavori precedenti. C’è più varietà.
Anche la colonna sonora colpisce nel segno. Torna Giancane con Non ti riconosco più, mentre Ci vuole una laurea di Coez entra perfettamente nell’universo emotivo raccontato dalla serie. Lo posso dì? Bello eh, ma è sempre la solita roba e faccio fatica a distinguere le colonne sonore delle tre serie. Cambiare, evolversi, “cambiare musica” equivale forse a morire. Però che du’ palle aho.

Il cast
Ho poco da dire. Valerio Mastandrea continua a confermare i suoi progressi come doppiatore, il suo perenne contraltare dell’Armadillo ne fa il co-protagonista perfetto della serie e, in un certo senso, il villain.
Zerocalcare doppia tutti i rimanenti personaggi, acuendo l’opprimente sensazione che ci si parli sempre in po’ addosso, ma è una chiara scelta estetica che fa parte del fascino delle sue serie tv. Alla fine, l’apparizione di Emanuela Fanelli come doppiatrice di Smeralda, fornisce uno straniamento davvero efficace.
Due Spicci chiude una trilogia?
Forse. O perlomeno dà questa sensazione. Perché il vero tema della serie è il momento in cui le vecchie scuse smettono di funzionare. Quando l’ironia non protegge più abbastanza. Quando l’amicizia deve diventare responsabilità. Quando il disagio smette di essere un’identità e diventa un problema da affrontare. Due Spicci ha tutti i pregi e tutti i difetti della narrazione di Zerocalcare, ma amplificati. Più emozione. Più ansia. Più rimuginazione. Più empatia. Più spiegazioni. Più tutto. A volte funziona magnificamente. Altre volte sbatte contro il muro del già visto.
C’è un punto però: Zerocalcare insiste nel ricordare che quello che scrive è “autobiografico”, una versione romanzata di fatti accaduti a lui. L’effetto è quello Jessica Fletcher de La Signora in Giallo. Possibile che capiti tutto a lui? E siccome al ristorante di Zerocalcare ce so’ stato – mi ci hanno portato con l’inganno – faccio fatica a pensare a tutti sti problemi che je capitano e che uno del suo “peso” mediatico si sia potuto ritrovare in una situazione “simile”. E poi davvero tutto a lui? Sarà il conto presentato dal destino di tutti sti disegnetti finiti bene.

Si fa un po’ fatica. Ma forse è giusto così. Perché questa storia parla proprio di persone incapaci di uscire dai propri automatismi. E allora la domanda finale non è chi deve pagare il debito di Cinghiale. La domanda è molto più scomoda. Quanto costano davvero tutte le cose che abbiamo continuato a rimandare quando la vita arriva finalmente a chiederci il conto?
