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Norimberga (2025) – La recensione in cui Russell Crowe trova finalmente il ruolo del suo peso


“Norimberga”, il nuovo film sul celebre processo, sorprende per ambizione, regia e cast: una recensione che spiega perché il 2025 ha finalmente trovato un grande film sul tema – e come Russell Crowe, qui in stato di grazia (e di massa), diventi il centro gravitazionale dell’opera.

Per anni abbiamo visto “il processo di Norimberga” trattato come il classico filmone da RaiUno della domenica: beige, compunto, didascalico come una supplenza di storia alle medie. Come il film del 2000 come Alec Baldwin. Poi c’è il classicone del 1961 Vincitori e Vinti con Spencer Tracy e Burt Lancaster. 

Poi arriva Norimberga versione 2025, è basato sul libro The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai e si concentra sull’incarico dello psichiatra dell’esercito americano di valutare la sanità mentale di Hermann Göring e, miracolo: per la prima volta sembra davvero cinema. Cinema grosso, solido, pensato, non un docudramma travestito da lungometraggio.

Sia chiaro: qualche eccesso c’è. Ogni tanto il film ci prova a infilarsi nel legal drama più quadrato — e sì, il finale ha quella vibe da “Codice d’onore” che mancava solo sentire Russell Crowe urlare: “You can’t handle the Wahrheit!”

Ma glielo perdoniamo. E volentieri.

«Me so magnato un bue, 3 chili de patate, una parmiggiana, tre lasagne. Ciò fame»

Crowe, Shannon, Grant: la Santa Trinità delle Facce da Processo

Russell Crowe è immenso. Letteralmente e metaforicamente.

Finalmente un ruolo che valorizza tutto il suo impegno nel metodo Stanislavsky del colesterolo.

È un leone imprigionato: ruggisce, ringhia, si pavoneggia della sua criniera unta di passato, morte e potere. E funziona. Funziona benissimo.

Michael Shannon e Richard E. Grant sono da antologia: scolpiti, inquietanti, imprigionati nei propri stessi demoni con un’intensità che ricorda quanto siano due dei migliori caratteristi viventi.

Poi c’è Rami Malek. Che dovrebbe essere l’elemento sopra le righe… ma il problema è che è sopra le righe anche quando sta fermo.

Nato rockstar

Quella faccia da Freddie Mercury che sembra sempre sul punto di cantare “Mamma mia, mamma mia, mamma mia let me gooooo”.

È talmente innaturale che ti aspetti da un momento all’altro l’ingresso del pianoforte.

Satira involontaria, oggi che assomiglia a ieri

La cosa più sorprendente è che Norimberga non parla solo del 1945: parla di oggi.

Del modo in cui le cose riaccadono, identiche, mentre qualcuno finge stupore.

Del fatto che in ogni Paese c’è sempre un partito dormiente, pronto a svegliarsi se gli dai fiato.

Il film ha il coraggio di ricordarti una verità scomoda: i nazisti non erano mostri alieni. Erano uomini. Padri, figli, mariti.

Persone normalissime che, citando un personaggio del film, “avrebbero massacrato metà della popolazione pur di controllare l’altra metà”.

 

«Me te magno»

Gli intermezzi comici (o forse sono io che sono malato)

C’è una giornalista — interpretata da Lydia Peckham — che seduce lo psichiatra per estorcergli notizie. Una femme fatale così sexy e sopra le righe che sembra uscita da Brazzers più che dal processo di Norimberga.

E tu pensi: “Ma davvero? Qui?”

Sì. E funziona. Troppo.

Lo psichiatra, dal canto suo, è talmente incapace che ogni paziente sembra un crash psicologico in attesa di avvenire. Fa sbroccare chiunque gli parli più di cinque minuti. Probabilmente è così che hanno inventato il termine PTSD.

Una regia che trasforma quattro stanze in un teatro greco

Il film si svolge quasi interamente in interni, ma non te ne accorgi:

le stanze sembrano palchi, le ombre diventano mura, ogni inquadratura è un colpo di scalpello.

La scena dell’arrivo dei gerarchi nazisti nell’aula del processo è potentissima, cinematografica da far venire i brividi: il male messo in fila come al supermercato, ognuno col proprio sacchetto di atrocità.

Alla fine Norimberga è proprio questo:

un film che non ha paura di essere grande, pomposo, magniloquente.

Che usa la recitazione come arma e il passato come monito.

Un film che ti dice una cosa semplice: il male non finisce mai davvero. Cambia forma. Cambia nome. Resta in attesa.

Ed è per questo che ci serve il cinema. Anche quando somiglia pericolosamente alla realtà.

**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

 

 

Ecco le migliori frasi e citazioni di Norimberga di James Vanderbilt. 

Le migliori frasi e citazioni di Norimberga

1. Robert H. Jackson

“Possiamo liberarci dalla tirannia solo quando rendiamo ogni uomo responsabile davanti alla legge, così che non possa mai più accadere.”

– (Discorso sull’importanza storica del processo)

2. Citazione conclusiva (Collingwood)

“L’unico indizio di ciò che l’uomo può fare è ciò che ha già fatto.”

– (Voce fuori campo nel finale)

3. Hermann Göring

“Riuscirò a sfuggire al cappio del boia.”

– (Dichiarazione di arroganza e sfida)

4. Hermann Göring

“Nessun uomo mi ha mai sconfitto.”

– (Auto-celebrazione del proprio potere)

5. Hermann Göring

“Solo perché qualcuno è tuo alleato non significa che sia dalla tua parte.”

– (Cinismo politico di alto livello)

6. Douglas Kelley a Göring

“Molto sicuro di te, vedo.”

– (Replica secca dello psichiatra che lo analizza)

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