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Better Call Saul, sei stagioni senza Breaking Bad

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Con il 63esimo episodio di Better Call Saul si chiude l’universo narrativo di Breaking Bad.

Ideata da Vince Gilligan e Peter Gould,  Better Call Saul è la serie tv prequel e sequel di Breaking Bad, è la storia di Jimmy McGill, di come passò dall’essere un piccolo delinquente a diventare avvocato del Cartello della droga messicano, del rapporto complicato con il fratello Chuck, di come cedette al Lato Oscuro prendendo il nome sith di Saul Goodman e come entrò in contatto con alcune figure portanti della saga di Breaking Bad come Gustavo Fring e Mike Ehrmantraut. Come sempre Jimmy/Saul ha il volto di Bob Odenkirk.

Il racconto che si snoda lungo 63 episodi è uno studio su di un personaggio, la sua caduta, i tentativi di rialzarsi e le successive ricadute; su come anche la più piccola scelta influenza il nostro cammino, di come la traccia che lasciamo nel tempo e nello spazio difficilmente può essere cancellata in poco tempo.

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La scelta di Gilligan e Gould è di esasperare la meticolosità nel racconto di ogni singolo passaggio della vita di Jimmy, di Kim, di Howard, di Mike, di Gustavo e di Lalo, mostrandoci tutto, da come si toglie il nastro adesivo dal legno, a un carrello che urta un’automobile, dalle infradito al lavarsi i denti, dall’accendersi una sigaretta a comprarsi un panino. Un resoconto ossessivo della vita di Saul.

Il cuore di Better Call Saul sono le scritte exit sopra porte e uscite o sopra portelli con maniglie, simboli della onnipresente possibilità di sceglie, di uscire e cambiare. L’unica scelta di Jimmy/Saul è di vendicare lo stigma sociale provocato dalle sue origini prendendo scorciatoie e guadagnando un mucchio di soldi, il lato oscuro del sogno americano. Sono due i dialoghi che esemplificano il percorso di Jimmy/Saul: il monologo di Saul alla giovane Kristy Esposito, in cui spiega che nessuno le perdonerà mai gli errori e le umili origini e che quindi se la dovrà cavare sempre da sola, ad ogni costo.

Non ce l’hai fatta, non era possibile in alcun caso. Loro… Loro ti illudono, ti raccontano che hai tante chance ma mi dispiace è una farsa. Perché hanno dei pregiudizi immensi, avevano già deciso prima che tu entrassi in quella sala. Tu hai commesso un errore e questo loro non lo dimenticheranno. Per quanto li riguarda il tuo sbaglio è essere quello che sei, essere tutto quello che sei e non mi riferisco solo alla borsa di studio, credimi io mi riferisco proprio a tutto. è vero, ti sorridono, ti danno pacche sulle spalle ma non ti lasceranno mai, dico mai entrare nel loro giro. Però senti, ascolta, questo non importa, non fa niente perché tu di quelli non hai bisogno. Cioè da loro non otterrai nulla? Chissene frega, ce la farai da sola. Tu farai tutto quello che è necessario fare, mi hai capito? Tu non seguirai le regole, tu farai tutto a modo tuo, farai quello che loro non fanno, sarai scaltra, prenderai delle scorciatoie e così tu vincerai. Loro sono al 15esimo piano? Tu salirai al trentesimo e li guarderai dall’alto in basso e più in alto salirai più loro ti odieranno. Bene, bene lascia che ci sbattano il muso, tu devi farli soffrire. Tu non sei al centro dei loro interessi? Bene, e allora? Sai cosa c’è? Che vadano al diavolo. Ricorda, il vincitore prende tutto.  

E il discorso di Mike a Saul dopo la loro esperienza nel deserto:

«Sta a sentire. Nella vita tutti noi facciamo le nostre scelte e le nostre scelte ci portano su una strada. A volte quelle scelte ti sembrano piccole ma ti portano su quella strada. Tu pensi di poterti allontanare, ma alla fine ritorni sempre lì. E la strada intrapresa ci ha portato nel deserto e a quello che è capitato lì e al punto nel quale ci troviamo in questo esatto istante. E non c’è niente, niente, che possiamo fare al riguardo. Ti è chiaro ora il concetto?».

Nel corso delle sei stagioni di Better Call Saul ha tenuto vivo il mio interesse la voglia di respirare ancora l’atmosfera, vedere i luoghi, riconoscere gli angoli di strada e i volti di Breaking Bad, sensazioni rarefatte ma ci sono. Manca quella continua sensazione di pericolo che la serie principale ti metteva addosso e ti costringeva a divorare un episodio dopo l’altro. Un paio di sequenze bruciano ancora dell’antico fuoco: l’interrogatorio di Lalo a Saul, la traversata del deserto o l’inseguimento di Saul nel finale hanno regalato echi di quelle vibrazioni che furono.

Belle le interpretazioni: Odenkirk a parte, Rhea Seehorn, una Kim finta santarellina ma che ama fare un giro nei bassifondi della moralità e da ricordare Patrick Fabian nei panni di Howard Hamlin, eroe triste, facile da giudicare male perché si piace e ama piacere, ma forse uno dei capisaldi morali della serie. Non è possibile non citare Jonathan Banks che con i suoi 75 anni ha sentito il peso di queste 6 stagioni di Better Call Saul, restando sempre almeno indimenticabile.

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