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Prima visione – Se ti contagia il vicino di posto

contagionUn misterioso virus sparge morte e paura in tutto il pianeta. Il contagio viaggia veloce in aeroporti, casinò, scuole e in tutti i luoghi di aggregazione. Gli esperti dell’OMS e del CDC (che non vuol dire a Cazzo Di Cane ma Centro per il controllo delle malattie e prevenzione di Atlanta) brancolano nel buio più totale mentre uomini e donne muoiono come mosche alla fine dell’estate. Nel frattempo i media, e internet in particolare, spargono il panico tra la popolazione, insinuando il dubbio (e anche qualcosa in più del dubbio) che le autorità americane e mondiali stiano tenendo nascoste le informazioni e il vaccino per arricchire le aziende farmaceutiche.
Contagion di Steven Soderbergh sembra una di quelle ricostruzioni apocalittiche che si vedono su Discovery Channel. Solo che stavolta alla regia non c’è un oscuro dipendente del network e gli attori non sono stati presi a caso dalla strada. Anzi qui abbiamo Laurence Fishburn, Marion Cotillard, Kate Winslet, Gwyneth Paltrow, Matt Damon e il tizio orientale che ha interpretato il ragioniere della mafia ne Il cavaliere oscuro (per voi non vorrà dire molto ma per me è fondamentale). E Soderbergh sceglie di viaggiare, veloce, su due binari: la diffusione del virus mortale e della paura. La malattia si propaga e la regia si sofferma su tutti gli oggetti che contribuiscono alla sua diffusione a macchia d’olio (che ho scoperto chiamarsi fomiti, capito quante cose si imparano al cinema?) come una ciotola piena di arachidi, un bicchiere d’acqua, una tazza di caffè, una cartellina, un sostegno in un autobus, una maniglia antipanico di una porta, mentre la paranoia tocca il parossismo (“Qualcuno potrebbe usare l’Aviaria come un’arma” –“Ci riescono già benissimo gli uccelli”).
Allo stesso tempo il batterio psicologico del panico infetta il mondo, trasportato dai moderni mezzi di comunicazione, in cui Twitter e i blog interpretano il villain di turno con la faccia e i denti storti di Jude Law (“I blog sono dei graffiti con la punteggiatura”), mostrando come uno degli obiettivi di Soderbergh e compagnia non sia solo un reale pericolo mondiale, ma prendersela con la cattiva informazione, che non ha il volto dell’inchiostro del News of the world ma la lucentezza di un monitor. Blog per Soderbergh è un sinonimo di disinformazione. Uno degli effetti di questa infezione psicologica è che le principali istituzioni che fanno della nostra una società civile o smettono di funzionare o si inceppano fino alla paralisi tra morti, malati e i sani che hanno paura di contagiarsi: trasporti, scuole, ospedali, polizia, mezzi di approvvigionamento, tutto sembra smettere di funzionare, non resta che tornare a una forma primordiale di civiltà in cui proteggersi e proteggere i nostri cari chiudendosi in casa armati.
Contagion non è brutto, alla fine della proiezione hai anche carpito qualche buon consiglio come non toccarsi troppo spesso il virus, lavarsi spesso le mani, stare a tre metri dall’essere umano più vicino; poi, c’è una bella scena in cui Gwyneth Paltrow è scalpata e la cosa a me ha fatto godere parecchio. La storia fila via liscia aiutata dal cast corale che consente di seguire quattro sottotrame (il direttore del CDC e le ricerche sul campo, l’epidemiologa dell’OMS rapita dai cinesi, il blogger, e il padre ansioso) ma un po’ tutto si inceppa quando salta fuori la cura e, lentamente, il mondo sembra riprendere colorito. Come se Soderbergh fosse sommessamente contento di sterminare l’umanità e si dispiaccia un po’ di doverla salvare per far contenti i produttori.

Durante la proiezione, minuto dopo minuto sono sempre più contento che seduto al mio fianco non ci sia nessuno, ogni tanto do un colpo di tosse e vedo tutti muoversi nervosamente nelle poltroncine guardando nella direzione del rumore. Ci prendo gusto e mi soffio il naso. Qualcuno dei colleghi abbandona la sala in fretta e furia, lasciando l’iPad sulla sedia. Glielo porto velocemente non mancando di dare un altro colpo di tosse.

4 buono****
La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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