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Prima visione – Il pamphlet

conmspiratorI raggi di sole che filtrano attraverso finestre, chiuse con le persiane, o solo parzialmente aperte per non fare mai completamente luce sui personaggi; il fortilizio circondato da un ruscello, che guarda torvo il Campidoglio di Washington dall’occhio di un cannone; le uniformi di una nazione in guerra; i prigionieri incappucciati, incatenati, chiusi in una cella di un metro per un metro, altri imprigionati senza accuse; un tribunale militare in cui l’accusa è carnefice e giudice; gli accusati privati dei diritti elementari.
Per il ritorno dietro la macchina da presa dopo il pessimo Lambs for Lions (in cui entrava dialetticamente nel dibattito sulla invasione dell’Iraq dell’Amministrazione Bush) Robert Redford sceglie di raccontare gli eventi che seguirono l’assassinio di Lincoln nel 1865, ma è ovvio che il regista ha voglia di parlare d’altro.  Il devastante impatto sull’opinione pubblica dell’epoca di un atto che non solo uccide un leader (e comandante in capo di un esercito che aveva appena vinto una sanguinosa guerra) ma tenta di decapitare l’intero esecutivo con una trama di omicidi mirati impone evidente il parallelo con l’11 settembre; il terrore dell’accerchiamento e di perdere la forza di tenere insieme la Nazione, così forti da rendere quasi naturali, agli occhi dei cittadini, il ricorso a metodi da dittatura. Continui proclami di sempre nuovi attacchi (ieri le bombe incendiarie, oggi le sempre nuove iniziative di Al Qeida). Una nazione in uniforme che usciva da un lunghissimo conflitto fratricida, abbandona i suoi principi fondamentali per inseguire la vendetta.
Ieri come oggi.
Redford crea un legal thriller costituzionalista, in cui la chiave è il realismo, la normalità nella rinuncia ai principi che dovrebbero essere per noi i più cari, come nel rappresentare la morte e il successivo cordoglio della nazione per aver perso il proprio leader, senza mai eccedere, senza mai perdere la proporzione o il realismo di una luce fioca, imbolsendo ombrello nero per riparare dal sole una che sta andando al patibolo, il rumore della corda di un cappio o la paglia sporca di una cella. Oppure anche le ragioni dei cattivi, rappresentati dal ministro della guerra Stanton, interpretato da un meraviglioso Kevin Kline, gente che amava il proprio paese, colpevole solo di voler scendere a patti con il realismo pur di difendere la patria. In The Conspirator sembra proprio di essere in quei giorni del 1865, ma quando entriamo nel fortilizio dove i presunti attentatori sono tenuti prigionieri senza accuse, quando va bene, o senza avere il diritto di conoscere le accuse, le prove e le testimonianze mosse contro di loro, sembra di andare avanti veloce in una macchina del tempo e trovarsi a Guantanamo, nostri giorni, stessi prigionieri, nostri prigionieri.
Il film vive sul calore legalitario e costituzionalista di cui Redford lo impregna, e se il tema non ci interessa o ci sembra lontano o scontato o peggio retorico, The Conspirator non entrerà mai nel nostro cuore. Ma se invece non vi stancate di ripetere che i valori che ci hanno fatto Occidente, che hanno scofitto il nazifascismo e, al tempo di Lincoln, i sostenitori della schiavitù siano valori irrinunciabili, vale la pena di un ripasso, tanto per ricordarci che essi non sono mai scontati o dati per sempre ma che anzi troveranno sempre qualcuno pronto a barattarli in preda alla paura.
Le interpretazioni sono tutte notevoli, dal citato Kline fino McAvoy.

bianca 2****½

Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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