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Sherlock Holmes, I presume

sherlock holmes 2SH2Non è facile prendere un “marchio” letterario, televisivo e cinematografico come Sherlock Holmes e metterlo in scena adattandolo ai gusti del XXI secolo. Non è difficile fare un seguito di un primo capitolo che un po’ ha deluso, soddisfacendo pochi e lasciando una sensazione interlocutoria in tanti, ma Guy Ritchie tira fuori l’asso dalla manica e rimedia, per principiare, a uno dei principali problemi del suo Holmes: la mancanza di un cattivo di livello. Mark Strong, sulle cui spalle poggiarono tutte le macchinazioni del primo film, ha la faccia da edicolante non certo di uno che può rovesciare l’Impero britannico.

Poi, Ritchie segue una sana regola per quasi tutti i sequel che devono supplire alla perdita della spinta originaria di curiosità e attesa: più casino.

Così è Sherlock Holmes-Gioco di ombre. Dal cappello a cilindro di Conan Doyle salta fuori il nemico più acerrimo dell’investigatore, il professor Moriarty, che vuole scatenare la Prima guerra mondiale con 23 anni di anticipo; Holmes/Downey gira l’Europa tra attentati dinamitardi, assalti al treno, fughe rocambolesche, rapimenti, torture fino a un gioco di specchi che si protrae lungo un finale teso, che sbilancia le regole action in cui lo showdown si trasforma in un confronto quasi mentale.

Sherlock Holmes 2 si esalta nel sabotare la rigorosa logica del protagonista del titolo: niente va come presume, a volte le sue celeberrime intuizioni sono sbagliate, Moriarty è sempre un passo avanti a lui e i salti in avanti della sua immaginazione trovano sempre un intoppo che lo costringe a improvvisare. Così, per uscire vincitore dal confronto, deve essere disposto a perdere tutto.

È il cambiamento la matrice di Sherlock Holmes-Gioco di ombre. Nella sceneggiatura, la bromance con Watson si accende tra travestimenti e giochi di ruolo che sfociano (quasi!) in un coito interrotto dall’ennesima aggressione. E tutto si muove sul filo dei sentimenti della perdita o del rischio della perdita della persona amata, tra un Watson perfettamente inserito nella società dell’età fine vittoriana, e un Holmes eremita che ha un solo amico.

Poi c’è il talento di Ritchie che, libero dalla necessità di spiegare chi sia Holmes al pubblico a cui i produttori vogliono vendere il film, accelera e rallenta all’improvviso, quasi fermandosi estatico ad ammirare i suoi fotogrammi, mette la sua lente di ingrandimento su alberi e pallottole che esplodono, regalando un paio di sequenze letteralmente magiche.

Al termine di un film veloce, spiritoso e pieno di intrattenimento, Sherlock Holmes-Gioco di ombre non solo ripaga dell’attesa ma anche della mezza delusione di due anni fa.

Ps: chi scrive non sa praticamente nulla della tradizione letteraria di Sherlock Holmes, ad eccezione della pipa e quello strano berretto. E Watson. Per quanto riguarda le trasposizioni televisive e cinematografiche me ne sono tenuto alla larga, come se da ciò dipendesse la mia stessa vita. Peró, una volta, degli amici burloni, mi hanno trascinato in una proiezione all’aperto al Centro di Roma di uno Sherlock interpretato da un tizio che faceva delle strane faccette. L’ho odiata con tutto me stesso. Quindi, secondo me, Robert Downey Jr. è il miglior Sherlock Holmes della storia. ‘Fanculo i puristi.

La battuta

“È il 1891, noleggiate una mongolfiera”.

****½

Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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