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Visioni (di molto) successive – Looking for Black Swan/Il teorema Aronofsky

pipi grecoDopo aver visto l’opera prima di Darren Aronofsky, avendola vista per ultima nel mio percorso nella carriera di questo grande cineasta, comprendo definitivamente che il suo dna artistico era delineato fin dall’inizio. 

Aronofsky é ossessionato dalle aspirazioni, quelle grandi più grandi di quanto il mostro cuore e la nostra mente possano sopportare e generalmente trascinano alla follia. I suoi personaggi fanno grandi sogni. Il matematico Max Coen cerca un linguaggio universale che unifichi tutta la realtà che ci circonda e che sveli lo schema che si cela dietro all’orizzonte degli eventi umani come le oscillazioni della Borsa. 

Pi-il teorema del complotto è un film a tratti difficile. Nella sua ricerca Max si confronta con Sol, il suo mentore che gli parla manco fosse Obiwan Kenobi con Luke Skywalker e che prima di lui si era lanciato in questa indagine; con un’insistente impiegata di una società finanziaria che vuole Max e le sue ricerche per fare profitti; con un gruppo di estremisti religiosi ebrei che credono che, nelle sue ricerche, Max abbia trovato l’antico nome di Dio, quello che conoscevano solo i sacerdoti israeliti e che andò perduto durante la diaspora. 

Max è stretto tra questi due poli, mentre il suo fisico e la sua mente cedono ed è disturbato da sogni inquietanti in cui tortura un cervello infestato dalle mosche. Non solo, nell’ultimo rantolo di computazione, il computer di Max produce un numero di 216 cifre che sembra essere la risposta alla crisi della Borsa e alle indagini su Dio. Ha trovato un modo per arricchirsi o per dialogare con l’infinito? Max, ultimo sacerdote a scoprire Dio, preferisce trapanarlo fuori dalla sua mente e dimenticare, estirparlo, distruggerlo pur di non vivere con questo numero. 

Nell’ossessione e nella pazzia che porta Max all’autodistruzione e a imporsi le lesioni fisiche per uscirne c’è tanto della Nina di Black Swan. È l’ossessione che porta all’horror, a vagare in una New York sotterranea infida, oscura, che corrisponde al dedalo di scale e budelli della metropolitana. C’è Requiem for a dream nella dipendenza chimica dai farmaci e alla distorsione del reale in cui si trascinano i personaggi, raccontato quasi con la medesima metodica visiva. 

Se una cosa è cambiata nel percorso da Pi a Black swan, è che all’inizio amava riprendere il suo protagonista in un’immagine stretta in primo piano sul volto mentre si sposta frenetico in città o in casa. Oggi il regista newyorchese ama le riprese dietro la nuca, quasi a seguire e documentare un percorso, inseguendo i propri personaggi. 

E se avesse smesso di muoverli lui stesso e quasi ne fosse in completa balia? L’autodistruzione è l’unica costante. Chissà cosa vuole dirci. 

forrst gump****
la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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