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Visioni (di molto) successive – Il sangue

thecoveRiuscire a guardare il mondo con uno sguardo sincero non basta. Bisogna cercare di dimostrare qualcosa. Perché nella vita c’è chi ha ragione e c’è chi ha torto. Non mi fido di chi professa imparzialità e offre il microfono alle due o tre differenti posizioni su un determinato argomento evitando di prendere posizione.
Così i documentari sono diventati il rifugio dell’impegno civile. Ma se il documentario alla Michael Moore cerca sempre più di costruire una tesi con un’impostazione letteraria, altri tentano di sfruttare la forza dell’immagine per raggiungere un obiettivo specifico. È quello che fa The Cove nel mostrare in modo freddo e documentaristico (appunto!) il massacro dei delfini nella baia di Taiji in Giappone: il tranquillo specchio d’acqua che si colora di un rosso denso e inquietante, la silenziosa baia che all’improvviso si riempie delle "grida" degli animali, vale più delle mille parole e dei continui sarcasmi che il Moore di turno può tirare fuori dai suoi interlocutori. È fredda cronaca, è giornalismo investigativo, è propaganda.
Però The Cove dà di più perché effettivamente inizia come il classico documentario in cui si espone un problema, si sciorinano date, si espongono opinioni dialetticamente intriganti (la storia di Ric O’Barry, l’addestratore del Flipper televisivo, che dopo aver guadagnato fantastiliardi sulla pelle dei delfini si "pente" e dedica la propria esistenza a salvarli dalla cattività, eppoi la corruzione dell’ente delle Nazioni Unite che dovrebbe proteggere i cetacei, il problema del mercurio che entra nella catena alimentare), poi The Cove cambia all’improvviso e mima la fiction, l’action movie, il film di spionaggio per raccontare come degli intrepidi siano riusciti a mettere delle videocamere nel protettissimo santuario dove i delfini sono sacrificati sull’altare del dio denaro.
I protagonisti, come in una consumata spy story, si muniscono di strumentazioni degne della CIA per riuscire nella loro impresa, nascondendosi alla polizia, gli incazzosi pescatori giapponesi, rischiando qualcosa in più di un po’ di botte.
Alla fine, l’immagine di O’Barry fermo in mezzo a una strada di una metropoli giapponese, con un monitor imbracato sul petto che rimanda le immagini del massacro mostra tutta la potenza del documentario, mentre dei giapponesi si fermano e guardano gli omicidi, almeno alimenta l’illusione che se un’immagine non può cambiare il mondo almeno può contribuire a cambiare le nostre coscienze.

bianca 2****½

Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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