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Prima visione – They have no fear of death

tropic

Metti tre attori nella foresta vietnamita: Ben Stiller in crisi professionale dopo una serie di flop, Jack Black in crisi da astinenza e Robert Downey Jnr in crisi di identità dopo un’operazione che ne ha modificato i pigmenti della pelle per interpretare un soldato di colore. Prendiamoli e mettiamoli alle prese con dei veri ed incazzatissimi vietcong produttori di droga; fai che l’agente di Stiller sia un Matthew McCounaghy con i capelli supercotonati stile anni ’50, appassionato di Wii, e uno strepitoso Tom Cruise imbolsito, pelato e soprattutto affetto da una inarrestabile necessità di infilare “fuck” ogni due parole è lo spietato e spericolato produttore del film in questione. Prendete uno script sapientemente costruito per mettere alla berlina tutti i luoghi comuni sulla preparazione, allestimento e messa in opera dei film di guerra: il training militaresco, la vita da battaglione a cui sono costretti gli attori, il consulente – ex soldato dei marines ingaggiato per dare “veridicità” al racconto, la mania di “entrare nel personaggio” e non uscirne mai, neanche a riprese finite. Prendete tutto questo, shakerate ed otterrete il film più divertente pronto a sbarcare sugli schermi americani a metà agosto e qui da noi ad ottobre.

Tropic Thunder è un film “fisico”, con battute taglienti ma che vive soprattutto sull’espressività e la caricatura che ogni personaggio fa della sua “categoria”: il regista schizzato, il responsabile degli effetti speciali maniaco delle armi e del fuoco, agenti affetti da sindrome “Jerry Maguire” che vogliono fare da balia ai loro clienti; Tropic Thunder sfotte Hollywood, le manie, le idiosincrasie, le mode maniacali, gli ansiolitici, e vive sulle prove delle quattro stelle: Stiller ha le braccia pompate e tatuate ma l’ascesa della sua carriera si è arrestata dopo aver interpretato un ritardato; Black è una star decadente dedita all’alcol ed alla droga e che la gita nella foresta porterà all’estremo, lasciandosi andare ad una serie di comici e logorroici e volgari attacchi isterici destinati a restare nella storia del cinema; Downey è un "eroe" del cinema australiano che per prendere parte al film modifica chirurgicamente il colore della sua pelle e si infila in una serie di violente litigate razziali con un collega di colore e gay; il migliore è senza dubbio Tom Cruise, il produttore del film: psicopatico, amante del rap, alla ricerca del profitto e disposto a tutto pur di fare così tanti soldi da permettersi un jet privato, capace di tenere testa telefonicamente a dei vietcong spacciatori di eroina riempiendoli di insulti telefonici (“I will fuck you up”). In questa esplosione di sputi, insulti, parolacce, sudore, lacrime, teste mozzate, esplosioni vere e proiettili finti, film inscenati che deridono Platoon e film finti che sfottono Forrest Gump e Rain Man, tutto si chiude alla notte degli Oscar, quando questo capolavoro del nonsenso e del fallimento produttivo è premiato, il suo protagonista omaggiato per una grande “fake true war movie” e tutti godono della gloria luccicante delle feste hollywudiane. Perché del resto, l’unica idea buona è stata quella di “put those guys in the shit” e poi stare lì a guardali cercare di uscirci dalla m… ma a volte la giungla di Los Angeles è peggio della guerra del Vietnam.

3 e mezzo buono***½

Non hai mai sentito nominare il Millenium Falcon?

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