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Visioni successive – Guardiamo l’itinerario

darjeeling

Chissà cosa è accaduto nella fanciullezza di Wes Anderson per lasciare nel suo cuore e nella sua mente di cineasta una prospettiva così distorta (ma affascinate) della famiglia. Il treno per Darjeeling è ancora una volta un viaggio, in tutti i sensi, in vite sradicate dal nido domestico da genitori in fuga o scomparsi improvvisamente, che lasciano i figli a confrontarsi con il vuoto spirituale approssimativamente (ed insufficientemente) colmato dai beni materiali. Ne I Tenenbaum  il mezzo del viaggio era la casa; in Steve Zissou la barca, qui c’è il treno del titolo.

Il treno per Darjeeling corre per raggiungere una meta che non conosciamo e l’unico obiettivo dei tre riccastri giovinastri americani è godere di una spiritualità da supermercato, prendere tutto quello che è possibile in mezz’ora di meditazione d’accatto, scappare da qualcosa di indefinito che ci insegue nella notte come una tigre sulle montagne dell’Himalaya e allontanare il più possibile una paternità rifiutata (ancora il complesso rapporto genitori – figli).

I nostri “eroi” saranno cacciati dal treno insieme all’ingombrante bagaglio di otto valigie, eredità paterna (che tanto mi ricordano il pulmino di Little miss Sunshine, ma non so perché), ed allora sì, fuori dalle rotaie e perdendosi, troveranno il vero significato del loro viaggio, la catarsi, l’accettazione della morte e l’incontro tanto atteso con la madre fuggitiva.

Ci sono così tanti spunti e stimoli nel film di Wes Anderson che chi scrive, francamente, si sente sopraffatto come i miei occhi, che in qualche momento del film stavano per cedere alla commozione. Innanzitutto stupisce il modo in cui la cinepresa racconta: è il vero cuore della pellicola, l’unica forza unificante che riesce a tenere insieme la ricchezza creativa dello script; accelerare, rallentare, spostarsi repentinamente di 180° come farebbe l’occhio umano, zoommare, per Anderson sono il sale della regia e della vita.

Colpisce la scelta altamiana dell’attesa nella notte che unifica tutti i personaggi, umani ed animali (ed anche qui ancora una figura retorica ricorrente del cinema di Anderson, le bestie feroci che ci attendono nel buio di una foresta o nelle profondità marine, come in Hemingway).

Stordisce la complessità dei rapporti fraterni tra i tre protagonisti: Francis (uno strepitoso Owen Wilson le cui ferite sulla scena forse sono state solo una triste anticipazione di quelle personali dell’attore) che, scopriremo in corso d’opera, gioca a fare la madre organizzatrice del tempo dei fratelli e dispensatore di piccole gioie e dure punizioni; Peter (Adrien Brody), probabilmente il più interessante, che fugge dalla futura paternità; Jack (Jason Schwartzman) che rincorre le sue pulsioni sessuali e insegue una donna problematica che scappa da lui come fece del resto sua madre. Tutti ripropongono nella loro esistenza i conflitti e le ferite della vita familiare.

Al di là di queste piccole lezioni degne della posta di Natalia Aspesi, resta un grande momento di cinema in cui, a mio parere, non si racconta una storia e nemmeno si affronta un viaggio: si lasciano impressioni come in un grande affresco espressionista. A noi non resta che farle entrare e perderci in esse, come un treno che manchi lo scambio giusto nella notte e si ritrovi in una terra sconosciuta, sempre sui binari ma lontano da casa.

Ancora annotazioni meriterebbero la stupenda fotografia, la meravigliosa colonna sonora, la corsa di Bill Murray per prendere il treno e le valigie, quel bagaglio ingombrante che ci trasciniamo nelle nostre esistenze che a volte ci impediscono di saltare in corsa su un treno da non perdere… Meraviglioso.

 

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6 pensieri riguardo “Visioni successive – Guardiamo l’itinerario Lascia un commento

  1. sì è un refuso. mi è sembrato un’eco di america oggi, del terremoto che unisce tutti; un po’ come le rane di pt anderson; qui è la notte, il treno che raccoglie i destini di tutti.

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  2. interessante anche la tua lettura. Interessante come hai incluso la casa dei Tenenbaum all’interno del viaggio: forse non hai tutti i torti. In quella scena che definisci altmaniana il rapporto con lo spazio unificatore, contrapposto a quello divisorio del treno, risalta ancora di più.

    Ciaoo Rob

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