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Prima visione – Le teste di cuoio di Clooney

piccolaleather

Ti aspetti una commediola come tante, con il classico titolo in italiano sbagliatissimo (mi rifiuterò di utilizzarlo) ed alla fine della visione, “Leatherheads” – il film sugli albori del football americano professionistico diretto e interpretato da George Clooney, in cui le leatherheads sono i caschi utilizzati dai giocatori negli anni Venti– è, in effetti, una commediola ma con un alto tasso di stile, qualità ed umorismo.
“Leatherheads” racconta le vicende della squadra di Duluth e di come il suo capitano Dodge Connolly riesce a tenerla in vita ingaggiando una stella del football universitario ed ex eroe di guerra. Gli stadi si riempiono ed una spregiudicata giornalista bionda e bona – ma perchè i giornalisti sono sempre raffigurati come spietati e a caccia di storie anche fasulle per far carriera e le giornaliste sono sempre bone, bionde e, appunto, bone e spregiudicate? – cerca di scoprire se le storie dal fronte sono veramente fatte di eroismo o di altro materiale organico di colore marrone.
Come se ce ne fosse bisogno, tanto per dover dimostrare che il passato da dottorucolo sorridente sia effettivamente un residuo del passato, Clooney dimostra ancora una volta di saperci fare: confeziona un film perfettino, con tutti i tempi comici ben oliati e le battute al posto giusto, una composta e divertita ricostruzione dei ruggenti anni Venti, nello spirito, nel colore e anche nel giusto gusto per citare film d’epoca, cercando di riprodurne anche l’umorismo, sincero e mai sboccato. Non solo: “Leatherheads” sfiora il sogno americano e raccontando una storia di sport – e di football americano per l’esattezza, la disciplina che più di tutte ricorda la genesi e la nascita degli Stati Uniti d’America – rivela qualcosa sulle origini del mondo dell’intrattenimento di oggi a stelle e strisce: la perdita della spontaneità e della sincerità, l’ingerenza degli sponsor e tutto quello che un aumentato giro d’affari e più pubblico porta con sè. Così i protagonisti di “Leatherheads” saranno strappati alle miniere per fare l’unica cosa che sanno fare, giocare a football, ma perderanno il divertimento, il gusto di giocare uno schema “Rin Tin Tin” (con un compagno di squadra che inizia ad abbaiare furiosamente per sorprendere l’avversario), inventarne uno sul momento, rotolarsi nel fango sotto lo sguardo stupito di una mucca che transita sul campo da gioco. Con i soldi e la pubblicità arriva la radio e, quindi, basta turpiloquio e imprecazioni. Con i media arriva il gusto scandalistico per lo scoop ma anche in questo caso l’America è una nazione capace, ambiguamente, di fare pulizia in casa propria.
Insomma, George ci diverte e si diverte a girare un film con canoni estetici apparentemente fuori moda ma non perde l’occasione di fare un viaggio personale sulla nascita di una nazione, così come è diventata oggi, un po’ quello che aveva già fatto, in altri termini e con altri argomenti, in “Good night & Good Luck”.
 
PS: per tutte le sue fans George strizza gli occhi e sfoggia la sua faccia da ribelle guascone che ti fotte con un sorriso almeno un centinaio di volte.
 
PPS: cosa è successo alle guance di Renée Zellweger? Gonfie e tumefatte, un po’ come Marlon Brando ne “Il Padrino”, ma peggio.

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