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Prima visione – Cara Valentina…

FinePeaMai_11LR“Fine pena mai” è un buon film con qualche merito ed alcuni difetti. Tra i meriti: dopo "Romanzo criminale" cerca di proseguire nella strada di un cinema di attualità, che scavi nelle recenti ferite d’Italia per raccontare storie che escano dal solito tormentone italiano della commedia-leggera-simil-cine-panettone o la commedia impegnata-o-mio-dio-quanto-siamo-impegnati-del-resto-siamo-italiani-la-patria-di-Desicapadre-Rossellini-il-neorealismo-e-pochi-altri-eletti; è un tentativo di fare un cinema “di azione” anche se poi ci si concentra sui personaggi, una dignitosa via di fuga dall’imbuto creativo in cui si è infilato il nostro paese: un cinema in debito con la televisione, pensato per la televisione, che mutua le sue “stelle” dalla televisione e che al pubblico della televisione vuole parlare, perdendo l’enorme potenziale espressivo che offre il grande schermo e, soprattutto, gran parte della grammatica espressiva della settima arte, che può risultare indigesta a chi si nutre di pane e fiction.
In parte i registi di "Fine pena mai", Davide Barletti e Lorenzo Conte,  escono da questo stereotipo e si sono largamente ispirati alla grande tradizione a stelle e strisce del cinema sulla mafia ed i suoi "good fellas" per raccontare la vicenda di Antonio Perrone, un giovane proveniente da una famiglia alto borghese che diventa boss della Sacra Corona Unita. Si tratta di una storia vera, tratta dal libro che il protagonista ha scritto nel corso dei 15 anni di isolamento totale in regime di 41 bis.
Ovviamente i limiti sono molti: tra questi la mancata rinuncia alla voce fuori campo – che per chi realizza un film tratto da un libro sembra essere un must irrinunciabile – è una diminutio espressiva molto forte, quasi un rendersi conto di essere incapaci ad esprimere con le immagini tutto quello che c’è nel libro; la ridondanza di alcuni momenti del film, l’autocompiacimento nel rallenti e nell’indugiare in momenti di contorno nella formazione malavitosa del protagonista, di cui si sarebbe potuto fare a meno a favore di una maggiore fluidità del film.
Due cose: dopo il pipino di Viggo Mortensen, lo scroto di Tony Leung e l’erezione di Moretti, Claudio Santamaria si unisce alla lista con una scena di nudo frontale a cui credo gli uomini presenti in sala avrebbero volentieri fatto a meno; Valentina Cervi è bellissima, sempre con un broncio molto sexy anche quando dovrebbe essere contenta – qualcuno ti fa lavorare… sorridi baby – che esaltano gli angoli della sua splendida bocca.
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