Hamnet recensione: Chloe Zhao gira in tondo per due ore, poi trova il magico accordo e ti distrugge
Hamnet – Nel nome del figlio, il nuovo film di Chloe Zhao, racconta la storia più importante di William Shakespeare senza raccontare William Shakespeare. Un’operazione che ha diviso pubblico e critica, tra chi parla di capolavoro sensoriale e chi di anestesia emotiva in costume. Perché Hamnet non è un biopic, non è una tragedia, non è nemmeno un film su Shakespeare: è un film sul momento esatto in cui il dolore diventa arte. E quando finalmente arriva lì, nell’ultima mezz’ora, capisci che tutto quel girare in tondo non era un errore. Era una ferita che stava imparando a parlare.
A volte un gesto tecnico salva una partita. A volte un gol vale il prezzo del biglietto. E a volte due ore di cinema sembrano girare a vuoto, come un attaccante che continua a smarcarsi senza ricevere palla. Poi, all’improvviso, il regista trova il magico accordo. Ed è lì che capisci che non stavi guardando una storia: stavi aspettando una ferita.
È il caso di Hamnet – Nel nome del figlio di Chloe Zhao, padri nobili come Steven Spielberg e Sam Mendes alla produzione, un cast di “bravi” e di “bravissime”, una storia importante.
Il nome di William Shakespeare è pronunciato solo dopo due ore abbondanti, ma tutti sanno che il film, tratto dal romanzo Nel nome del figlio. Hamnet (Hamnet) di Maggie O’Farrell, co-autrice della sceneggiatura con Zhao, narra la storia della perdita del figlio maschio del Bardo e di come da quel dolore nacque la tragedia di Amleto. Siamo così disperati nel cercare storie riconoscibili per far presa su un pubblico sempre più distratto dai cazzi suoi e dalle strozzate che dal biopic siamo passati alla bio-ispirazione: Primavera e Hamnet ne sono solo i due esempi più recenti. Siamo bulimici di storie, però storie che conosciamo non sia mai che lo spettatore debba pensare un po’ sforzarsi.

Un cartello ci mette subito in guardia: “Negli archivi di Stratford del XVII secolo Hamnet e Hamlet erano usati indistintamente”. Hamnet è il figlio di Shakespeare prematuramente scomparso e quindi potremmo chiamare Amneto il nostro caro principe danese? Pora stella, te credo voleva morì. Ma un nome normale no? Stefano, Carlo o Ildebrando?
Chloe Zhao ha da farsi perdonare la notte brava finita male con la Marvel, quel rapporto occasionale chiamato Eternals che nessuno vuole più nominare. E per tre quarti di Hamnet gira in cerchio attorno alla sua preda, come uno squalo che sente il sangue ma non ha ancora deciso dove mordere. Si perde, seguendo un professore di latino di campagna mentre perseguita un gruppo di figli di contadinotti, scarpe grosse ma cervello mica tanto fino, che non diventeranno Shakespeare, facendo ripetere loro versi fino all’ossesso, interrogandoci su come dopo meno due ore possa diventare il più grande drammaturgo della storia. Chissà se lo chiamavano “Signor S”? Osserva Agnes mentre cresce figli destinati a diventare dolore, costruisce un quadretto domestico che sai già essere condannato. Non racconta Shakespeare: racconta il momento esatto in cui Shakespeare smette di essere un uomo e diventa una conseguenza.
A un certo punto il professore di latino (“Latin tutor”) vede una tipa dalla finestra e scappa, lasciando i recazzini a ripetere all’infinito. Forse stanno ancora là, ripetendo. William ama Agnes, una donna che lui vede la prima volta “col suo uccello”, qualsiasi cosa possiate immaginare significhi, be’ avete ragione. Lui è figo ed è Paul Mescal, lei è interessante e bellissima ed è Jessie Buckley e producono subito dei bellissimi figli, Susanna e i gemelli Judith e Hamnet. Il quadretto è turbato dalle esigenze artistiche di William: la notte si sveglia, tramortito da tutte le parole volteggianti nella sua testa, lo capisco, noi grandi scrittori siamo così. William deve andare a Londra, dove c’è vita, dove c’è arte e può far finta di conciare guanti per il teatro mentre scrive i suoi capolavori. Ah sì, Shakespeare dà ripetizioni per pagare i debiti del padre, ma il suo mestiere è il conciatore. William fugge a Londra lontano dalla vita familiare e lascia Agnes a fare i conti con i pochi soldi, l’umido di Stratford, che sta sul fiume Avon ricordiamo, l’influenza e altri malanni che, nel diciassettesimo secolo potevano essere anche abbastanza fastidiosi, la peste ad esempio, altro che Covid.

Hamnet non è un film su Shakespeare. È un film su ciò che Shakespeare ha perso per diventare Shakespeare.
Uno dei figli della felice coppia ci rimette le penne. Insomma, prima costruisci il quadretto da Mulino Bianco poi lo distruggi, la lacrimuccia scende, a Zhao piace vincere facile. Ma quando Agnes segue William a Londra per “salvare il matrimonio” finalmente scopre cosa faceva il marito. Innanzitutto, non ha sperperato soldi in donnacce e case lussuose, vive in una soffitta – probabilmente per non avere distrazioni dalla scrittura –. Fortunato lui che non ha le notifiche del cellulare o una moglie che chiede se fuori piove o i figli che pongono mille domande. Avete presente Jack Nicholson in Shining? Agnes segue William a teatro e si trova di fronte alla prima rappresentazione dell’Amleto. Oggi al massimo incontriamo qualcuno che piscia per strada. Loro ciavevano l’Amleto nel teatro di quartiere.

La piece si trasforma in una esperienza collettiva, travolgendo i cuori di tutti i presenti. Quanto potere nella parola scritta e recitata! Eleva l’animo, ci prende per mano trasportandoci in un altro mondo, illudendoci di diventare qualcosa di diverso, di migliore da noi stessi: più buoni, più intelligenti, col pisello più grosso, capaci di essere vivi. L’ultima mezzora di Hamnet salva tutto il resto: mentre Amleto saluta il mondo e il pubblico, le mani dei presenti si allungano verso di lui a sostenere il giovane principe, a partecipare a un dolore che è in fondo di tutti, quello di essere umani, portare il peso dell’esistenza, magnifica e dolorosa. Hamnet – Nel nome del figlio non più un film su una tragedia familiare, sul più indicibile dei dolori ma su cosa accadeva quando l’arte suscitava emozioni potenti, ti spingeva forte a manifestare il tuo sostegno o il tuo dissenso, a partecipare, a soffrire, a piangere, a ridere, a perderti dentro un universo lontano solo apparentemente, tipo l’applauso quando appare la scritta “Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana”, i cosplayer di Darth Vader, le spade laser e tutto il resto. Una volta ste robe accadevano a teatro.
***½ Non hai mai sentito nominare il Millenium Falcon?
Le migliori frasi e citazioni di Hamnet – Nel nome del figlio
Non capisco questa fissazione con lo studio. Il latino a dei ragazzini che saranno allevatori di pecore. Mary
Non ho nessun talento per l’attesa. William Shakespeare
Devi prestare attenzione ai tuoi sogni Agnes: saranno sempre loro a guidarti. Madre di Agnes
Prererirei saperti per mare che sposato a questa squaldrina. Mary Shakespeare
Agnes: Lui mi ama per quel che sono non per quel che dovrei essere.
Bartolomew: Allora sposalo senza esitare.
Andrò nella tua chiesa ma non dirò una parola là dentro. Agnes
Il rosmarino serve per ricordare. Agnes
Ciò che è dato può essere tolto in ogni istante. Mary Shakespeare
Mai dare niente di scontato. Mary
Bartolomew: Non sei curiosa di sapere di cosa parla?
Agnes: Che cosa?
Bartolomew: La tragedia.
Donna alla finestra: Chi state cercando?
Bartolomew: William Shakespeare, siamo suoi parenti di Stratford.
Agnes: Dimmi cosa devo fare.
Bartolomew: Lascia il cuore aperto.
Categorie
