Il Falsario: quando Netflix rifà gli anni Settanta col freno a mano tirato
Con Il Falsario, Netflix torna a mettere le mani negli anni Settanta italiani: criminalità, politica, sesso, musica pompata e facce già viste. Il risultato è un film che conosce bene l’immaginario che maneggia, ma lo usa in modo prudente, quasi timoroso. Tra suggestioni da Romanzo Criminale, estetica da “Sorrentino low cost” e personaggi che sembrano usciti da uno spin-off mai dichiarato, Il Falsario è un’opera che promette scandalo e consegna comfort.
Il problema de Il Falsario non è che somigli ad altri film.
È che sa benissimo di somigliare ad altri film e ci si siede sopra, comodo.

C’è tutto quello che deve esserci: la Banda della Magliana evocata come un mantra e senza il fascino malefico di un Kim Rossi Stuart, le Brigate Rosse come rumore di fondo, il rapimento Moro come reliquia narrativa. Un grande album delle figurine del nostro cinema più ossessionato da se stesso. Agnelli e carnefici sono ben individuati e quindi meno problematici. Sia mai che bisogna raccontare la contemporaneità.
La regia ammicca, strizza l’occhio, pompa la musica come se bastasse una playlist giusta per evocare un’epoca. Alcune scene – tipo quella del ballo in discoteca, Rasputin a palla, boni e bone che sudano in slow motion – sembrano uscite da un Sorrentino low cost, quello comprato in saldo, senza la parte scomoda, senza arguzia, senza ironia. Altre come l’intro al ritmo di The Passenger di Iggy Pop sanno di stantio e già ascoltato mille volte. Ci sarà qualche altra canzone anni Settanta da tirare fuori dal cassetto della Siae.
Claudio Santamaria fa il suo: un uomo di Stato con mosse da piccolo malavitoso, un po’ er Dandy, un po’ boss, un po’ spia elegante, la Cia ce spiccia casa quando si tratta di vestirsi, il personaggio che riconosci già prima ancora che apra bocca. Non sbaglia nulla, ma non sorprende mai. È come se stesse recitando la versione “Netflix safe” di altri mille racconti.

Sergio Castellitto, invece, è l’unico che sembra non avere paura. Si fa riprendere di profilo, spigoloso, quasi sgraziato, come una freccia dei nativi americani. Non cerca l’inquadratura amica. E si vede.
Giulia Michelini attraversa il film vestita anni Settanta come se non avesse mai indossato altro. C’è molto sesso, dicono. Ma è un sesso timido, allusivo, che promette e non mostra. Fa quasi sorridere: tanto scandalo evocato, zero carne vera. Aridatece le tette.
Alla fine Il Falsario è questo: un film che conosce la scorciatoia dell’immaginario italiano e la percorre tutta, senza mai uscire di strada. Furbo, levigato, guardabile. Ma anche irrimediabilmente falso, nel senso peggiore del termine: non perché menta, ma perché non rischia. Ma soprattutto racconta qualcosa che ce lo ha fatto a peperini. Abbasta.
**½ Non sei andato malissimo ma neanche troppo bene… come il Tottenham
Ecco le migliori frasi e citazioni de Il Falsario.
Le migliori frasi e citazioni de Il Falsario
Dicono che quando morì tutta la vita te scorre davanti all’occhi. Ao io nun ho visto un cazzo. Toni
La domanda è sempre la stessa. Per arrivare dove vuoi arrivare cosa sei disposto a fare? Toni
Don Vittorio: E comunque tertium non datur
Toni: Ma che vor di?
Fabione: Ma che cazzo ne so?
A me copià m’è sempre venuto facile. Toni
Me fai na spuma Marcé? Balbo
Io credo in due cose. Una è l’Inter. Sansiro
Il coraggio bisogna saperselo permettere. Il Sarto
Per le cose importanti ci vuole pazienza. Zio Pippo
Pensavo non ci fosse un conto la pagà e invece Roma chiede sempre il conto. Toni
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