Primavera (cronaca di un film che ti nega conforto e ti regala vertigine)
(cronaca di un film che ti nega conforto e ti regala vertigine)
All’inizio di Primavera ci sono dei gattini. Non è una scena tenera. Non è Instagram. È un avvertimento. Sono piccoli, ammassati, fragili. Vivono perché qualcuno li tiene in vita, ma non sono liberi. Sono destinati a essere separati brutalmente dalla madre per essere gettati nei canali. Forse perché sono l’allergene più pericoloso del pianeta, forse perché chi scrive e dirige Primavera non si fa intenerire dalle foto sui social. Quei gattini sono come le ragazze dell’Ospedale della Pietà. Come Cecilia. Orfane e destinate a una vita che non sarà mai loro. Come la musica, quando diventa proprietà di qualcun altro.
Questo film non fa nulla per metterti a tuo agio. Non ti prende per mano, non ti spiega dove andare, non ti offre la versione digeribile di Vivaldi da calendario. Ti guarda e sembra dirti: se vuoi essere rassicurato, cambia sala. Qui la musica non consola. Qui la musica disturba, smuove i cuori e le coscienza, è cambiamento, è rischio, è passione.
Primavera di Damiano Michieletto è liberamente tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa. Venezia, 1716, ma potrebbe essere ieri. L’Ospedale della Pietà è un luogo che accoglie e trattiene, educa e possiede le bambine abbandonate. Ogni madre abbandona la figlia, lasciandole vicino un pezzo di un puzzle, una metà mancante. Un giorno potrebbe reclamare quella vita abbandonata portando l’altra metà mancante di una carta da gioco, un’immagine sacra o una profana. Le ragazze crescono, imparano a leggere, a scrivere, a suonare. Le più brave diventano attrazione. Suonano dietro una grata per i concerti della domenica, invisibili, trasformate in suono puro, private del corpo, per il diletto dei nobili e dei ricchi della Serenissima Repubblica. Finché qualcuno non paga abbastanza per portarsele via. La musica come anticamera del mercato.

Cecilia, interpretata da una Tecla Insolia che non recita ma vibra, è diversa dalle altre. Non perché sia “più pura”, ma perché suona come se il violino fosse un organo interno. Suona “per non sentirsi dire brava”. Non cerca applausi, non cerca approvazione. Suona per non spezzarsi. Quando le sue mani incontrano le corde, il film cambia temperatura. La musica smette di essere bellezza e diventa necessità fisica, quasi oscena, sicuramente pericolosa. È lì che Primavera smette definitivamente di essere un film in costume e diventa un film sul corpo femminile come campo di battaglia. Tecla Insolia si conferma l’attrice più talentuosa della sua generazione e anche nei costumi dimessi dell’orfana musicista è un’arma carica pronta a colpire.
Antonio Vivaldi entra in scena come una febbre. Michele Riondino lo interpreta senza santificarlo, e Michieletto è intelligentissimo nel tenerlo lontano dal cliché del genio maledetto che tutto giustifica. Lo tiene a bada anche quando in alcuni momenti sembra voler dirigere l’orchestra come fosse un trapper di Castellammare di Stabia. Questo Vivaldi è ossessivo, nervoso, rabbioso, cià l’asma, ma è consapevole del proprio talento e del proprio ruolo. Pensa e vive solo per la musica, un’ossessione che condivide con Cecilia. Lui può permettersi di essere genio. Cecilia no. Lui può essere ascoltato. Lei deve restare dietro una grata. Eppure si riconoscono. Non come anime gemelle, ma come due mine vaganti nello stesso sistema che non prevede deviazioni.
Le Quattro Stagioni nascono qui, nelle pieghe di questo rapporto, non come capolavoro da sala d’attesa, ma come musica che rompe qualcosa. Ispirato su un prato a primavera, come gioco per i bambini, rincorrendo insetti e animali, giocando a nascondino, come per nascondersi prima che la vita ti trovi. “La follia” non è un titolo poetico: è una dichiarazione di intenti. La musica serve a rovinare la pace. E la pace, in questo film, è solo il nome elegante dell’ingiustizia al lavoro.

Poi c’è il potere. Non quello affascinante, non quello carismatico. Quello gonfio. Stefano Accorsi interpreta il generale Sanfermo come un corpo che occupa spazio, che compra, che prende, che non deve spiegare nulla a nessuno. È volutamente sgradevole, quasi fuori registro. Ma non è una stonatura: è la rappresentazione perfetta di un sistema che non ha bisogno di essere simpatico per essere dominante.
Valentina Bellè, dall’altra parte, incarna la gabbia profumata. Una donna che sembra libera, che ha imparato le regole del gioco, che sopravvive dentro il sistema invece di sbatterci contro. È forse il personaggio più triste, perché dimostra che non tutte le prigioni hanno le sbarre visibili. Alcune hanno tende eleganti.
Michieletto gira tutto questo con una precisione che viene dal teatro e dall’opera lirica. Ogni inquadratura è composta, ma mai imbalsamata. La fotografia di Daria D’Antonio trasforma le scene in quadri viventi, senza mai dimenticare che dentro quei quadri ci sono persone che soffrono, sudano, desiderano. La sceneggiatura non fa l’errore più facile: non piega il passato alla sensibilità contemporanea. Lo lascia essere crudele. Ed è proprio per questo che parla chiarissimo dell’oggi.
A un certo punto qualcuno dice che la musica non serve a niente. Ed è vero. Non salva dalla morte, non risolve l’ingiustizia, non paga la libertà. Ma può fare tutto. Può creare consapevolezza, può generare rabbia, può rendere impossibile continuare a far finta di niente. Può essere un sasso nell’ingranaggio.

Primavera è questo: un film solido, classico, contemporaneo, che usa la storia per parlare di potere, di soldi, di corpi e di arte. Un film che non ti dà quello che vuoi, ma quello che ti mette in crisi. E quando esci dalla sala non hai la sensazione di aver assistito a qualcosa di “bello”. Hai la sensazione di aver sentito qualcosa muoversi dentro. Come la musica quando smette di essere sottofondo e diventa necessità.
****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.
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