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Alien 40 – L’uomo dentro il costume: Bolaji Badejo

Bolaji Badejo Alien

Alien è stato prima un’idea, verbo, poi si è fatto sostanza, un costume. Chi indossò quel costume? Ivor Powell e il suo staff fecero casting ad ampio spettro per trovare la persona giusta: modelle, giocatori di basket, una famiglia di contorsionisti, addirittura Peter Mayhew, il Chewbecca di Star Wars. Ciò fino al giorno in cui un collaboratore di Powell, Peter Archer, incontrò uno studente in un pub: era altissimo, con le ossa affusolate, elegante.

Bolaji Badejo ne aveva percorsa di strada. Nacque a Lagos, in Nigeria, il 23 agosto 1953, secondo figlio di Erasmus Victor Badejo, dirigente e in seguito direttore generale della Nigerian Broadcasting Service, ed Elizabeth Bamidale, un’assistente sociale. I suoi fratelli erano Akin (il più grande), Debo (la sorella), Posi, Boyega e Deji. Victor aveva studiato al Government College di Ibadan, fondato dai britannici che vivevano in Nigeria, organizzata sul modello dei collegi inglesi con lo scopo di formare la classe dirigente nigeriana. Bolaji visse una fanciullezza serena, la posizione del padre consentiva a lui e a i suoi fratelli e sorelle un’esistenza agiata a Lagos: Victor fu il primo direttore generale autoctono della Nigerian Broadcasting Company, la televisione pubblica del Paese, la prima dell’Africa tropicale. L’instabilità politica costrinse i Badejo a trasferirsi prima in Etiopia e poi in Inghilterra, a Londra, dove Victor divenne prete e visse con la sua famiglia. Il padre della letteratura moderna africana in lingua inglese, Chinua Achebe, narrò che fu Victor Badejo a salvargli la vita, rivelandogli di essere nel mirino dei rivoltosi e suggerendogli di espatriare. Durante la sua vita ebbe la possibilità di frequentare personalità come il Papa, la Regina d’Inghilterra, Sir Hugh Greene (che riformò la BBC durante il suo mandato da direttore generale nonché fratello minore del celebre romanziere Graham Greene) e Hailé Selassié. 

Nel corso del passaggio in Etiopia, l’allora 19enne Bolaji studiò Belle Arti. Come rivelò il fratello Boyega in un’intervista al blog Strange Shapes: «Nostro zio per parte di madre, Omotayo Aiyegbusi era considerato il Picasso della Nigeria. Ci sono geni da artista nella nostra famiglia». Arrivato a Londra studiò graphic design e conobbe la futura moglie, Yinka, da cui ebbe due figli, Bibi e Yinka. Visse come uno studente inglese fino all’incontro nel pub con Peter Archer in quel pub. Aveva tutte le caratteristiche fisiche richieste: altissimo, arti lunghi e sottili, soprattutto tra il bacino e le ginocchia. Secondo Ivor Powell «i primi stunt selezionati, una volta indossato il costume, sembravano degli omini Michelin. Alien non doveva essere possente come l’ibrido metà pesce e metà uomo de Il mostro della laguna nera. Una delle richieste del regista era che accovacciato le ginocchia superassero la testa, come una cavalletta. Lo avevamo trovato. Quel ragazzo timido e tranquillo, così silenzioso di fronte alla cinepresa era perfetto». A Cinefantastique Ridley Scott dichiarò «sembrava una scultura di Giacometti». Bolaji era entusiasta, ma non rivelò alla famiglia del suo ingaggio, del resto il padre frequentava leader politici e personalità della cultura, interpretare un film di fantascienza non dovette sembrargli una cosa granché importante. Per circa quattro mesi, Bolaji si applicò con passione, prese lezioni da mimo, praticò il Tai Chi, sul set della Nostromo si esercitò ai movimenti lenti ed eleganti che richiedeva Scott. Sul set lo soprannominarono The Quiet Man, L’Uomo Tranquillo. Le riprese furono dure, fisicamente e psicologicamente. Era solito andare in giro con il costume, la testa di Alien tra le braccia, la lunga coda a penzoloni e una volta Tom Skerritt lo vide con delle adidas blu fosforescenti ai piedi, mentre parlava con due ragazze molto più basse di lui, una aveva una sciarpa bianca. «Avrei voluto scattare una foto, oggi varrebbe un mucchio di soldi». Il ragazzo ebbe qualche problema con Yaphet Kotto: l’attore si rifiutava di morire per mano di Alien, «Non esiste che quello possa uccidermi. Alien non mi abbatterà». Andò avanti a ripeterlo per settimane. Allora una volta Bolaji lo bloccò, lo mise a terra e si sedette su di lui. L’episodio è narrato da Scott nel commento al film contenuto nel DVD del 1999, ma Kotto lo ha smentito in un’intervista rilasciata a SyFyWire nel 2015: «Sono fantasie messe in giro su internet. Ho incrociato Bolaji due volte sul set. Era un ragazzo simpatico, mi piaceva. Io sono un attore professionista, non metto le mani addosso alle persone». Comunque fosse andata tra i due non ci fu mai malanimo, anzi. Un giorno in cui Badejo ebbe problemi a girare le sue scene, un dirigente Fox cominciò a insultarlo, fu Kotto a intervenire fisicamente e a urlare «lascialo stare». Era benvoluto da tutti e la sua interpretazione colpì i colleghi. Sigourney Weaver raccontò al Daily Mail nel 2010: «Scott impediva a Badejo di stare con noi durante le pause. Non voleva stesse in mezzo a noi a chiacchierare. Fu per questo motivo che non lo vedemmo mai come un collega o semplicemente un ragazzo, ma rimase sempre la creatura. Prima non mi ero mai sentita così spaventata mentre recitavo».

Il giovane attore rimase colpito negativamente dal comportamento della 20th Century Fox, che screditava gli attori, sembrava ostacolare il lavoro e si sentiva frustrato quando, in alcuni casi, non era capace di venire incontro alle richieste di Ridley Scott. Come quando non riuscì a inseguire lui stesso il capitano Dallas nel canale di ventilazione della Nostromo. Cambiarono inquadratura e utilizzarono un pupazzo. Nella sequenza a bordo della Narcissus, quando Ripley tenta la fuga e Alien è sgattaiolato dentro la navicella di salvataggio per uccidere la donna, nell’unica intervista che rilasciò al magazine Cinefantastique, Badejo raccontò: «Ruppi almeno due o tre costumi mentre cercavo di uscire dalla nicchia in cui ero nascosto, la coda non faceva altro che spezzarsi. Ridley aveva un sacco di idee, ma alcune erano semplicemente irrealizzabili. Il costume era stretto e faceva caldissimo». Quando Alien è espulso dall’astronave, gli fu chiesto di restare sospeso in aria a un’altezza considerevole e fu lo stunt Roy Scammell a girare. Invece quando i reattori lo bruciarono, all’interno del costume c’era un pupazzo. Anche la scena in cui Alien cattura il personaggio di Harry Dean Stanton, Brett, richiedeva delle evoluzioni abbastanza pericolose a sei metri da terra, ma né Bolaji né lo stunt riuscirono. La scena fu portata a casa grazie a primi piani strettissimi e tagli molto veloci. L’ultimo giorno sul set di Badejo fu il 6 ottobre 1978, ma poi fu richiamato il 6, 7 e forse l’8 dicembre per le ultime scene nelle officine di manutenzione della Nostromo. 

L’esperienza con il mondo del cinema di Bolaji Badejo finì con Alien. Seguì un corso di fotografia, nel 1980 ritornò in Nigeria alla galleria d’arte dello zio Omotayo Aiyegbusi e tre anni dopo ne aprì una tutta sua. Come disse a Cinefatastique: «Aver recitato Alien per me è abbastanza». Purtroppo il destino inseguì Bolalji come lo xenomorfo con le sue vittime. Morì, come il fratello minore Deji, dell’anemia falciforme che gli fu diagnosticata fin da bambino, tre giorni prima del giorno di Natale del 1992, a soli 39 anni.

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