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Visioni successive/Boyhood ovvero l’Ascension del nostro scontento

boyhood

Dodici anni per girare un film, puntando su un protagonista che nel frattempo avrebbe potuto cambiare sesso, diventare ingegnere, trovare una cura contro il cancro, l’AIDS, o essere uno degli sventurati che diventano tifosi dei Denver Broncos o de alazzio. Ellar Coltrane è stato privato della sua gioventù, come i ragazzi di Ascension, la generazione No Future della pessima serie tv SyFy, chiusa dentro un finto razzo per studiare le mutazioni genetiche e i salti evolutivi, in pratica gli X Men.

Quindi Boyhood è un film sui supereroi? Direi di sì, un grandissimo film d’azione, un film di eroi: una madre che cresce da sola i suoi figli, studiando e lavorando per offrirgli un futuro migliore (poi puntualmente sprecato), tutto malgrado le pessime scelte in tema de mariti, tutti beoni ubriaconi e mollando l’unico che poi effettivamente sembra avere le carte per essere un padre anche se affetto da sindrome di Peter Pan (interpretato da Ethan Hawke che interpreta Ethan Hawke che non ha mai sfondato col cinema e non ha mai quindi incontrato-trombato-sposato-tradito Uma Thurman, quindi molto più triste); un figlio che è sopravvissuto a una madre zoccola irrimediabilmente incapace di scegliere un uomo decente e tenerselo per più di mezzora; una sorella deficiente che speri solo decida di arruolarsi e partire per il Medio Oriente e schiatti fra mille dolori in una prigione a Raqqa; un padre mito, che consiglia al figlio di essere “paziente e concentrato, come Obiwan”, regala compilation dei Beatles ma che alla fine se sposa na fondamentalista cattolica e finisce a lavorare per una compagnia di assicurazioni.

In tutto questo, dentro Boyhood, c’è la vita che scorre, quella che conosciamo noi: i giochi da bambini e quello da adulti, i riti di passaggio e le cicatrici, il cambiamento e le forze immutabili della nostra esistenza. In una parola, la vita.

bianca****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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