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Prima visione – Vampiro+Fantasma+Strega+Depp+Burton=sbadiglio

Il cinema di Tim Burton è diventato un continuo rimando. In Dark Shadows c’è la goletta che salpa da Liverpool e porta i Collins verso la terra delle opportunità, come in Sweeny Todd restituiva il barbiere alla sua Londra o in Alice in Wonderland era un nuovo inizio verso le terre lontane di Oriente. C’è Helena Bonham-Carter che si acconcia i capelli come Lisa Marie in Mars Attack, c’è Catwoman invecchiata, c’è Chloe Moretz il prototipo dell’adolescente problematica, c’è Rorschacht, c’è la sposa cadavere (Bella Heathcote), c’è quel pizzico di anticonformismo che ti porta a individuare nei grandi marchi industriali del XXI secolo il Satana della nostra epoca – quando Barnabas Collins vede la grande M di McDonalds ed esclama “Mefistofele”.

Il problema di Tim Burton è il timburtonismo: il gotico, il sovrannaturale, una punta di horror, il tutto mescolato insieme e sparpagliato sul tavolo da un grande tecnico con un grande occhio cinematografico. Anche io ci sono cascato: vampiri, fantasmi, streghe, tutto sulla east coast degli Stati Uniti, anno 1972. Forse l’inghippo è stato proprio questo: troppo Burton e troppa poca vita reale da cui fuggire grazie all’immaginazione burtoniana. Troppa attenzione alla riproduzione di una serie celebre negli States alla fine degli anni Sessanta, piuttosto che autentica liberta. I temi dell’abbandono, del rapporto genitori-figli, dell’amore sono sullo sfondo, restano solo le dinamiche di ruolo, l’eccesso, il sangue, il burtonismo.

C’è noia durante la proiezione di Dark Shadows ma devo dire che i problemi veri arrivano quando Burton spende 4/5 minuti buoni per girare un video musicale con Alice Cooper, una sequenza più morta del Depp vampiro, gonfio dagli stati di trucco necessari a dargli il pallore cadaverico mentre magari bastava pagargli una serata in un pub vicino al set, così il colorito lo trovava da solo naturalmente. Da quel momento il film si impappina, balbetta, smette di raccontare e corre il più veloce possibile verso la fine.

L’unica cosa che funziona, a parte le epiche tette di Eva Green, è l’umorismo, che nasce facile, tra l’altro, in quello spazio infinito che si crea tra un uomo dei XVIII che si trova catapultato negli anni Settanta dell’eccesso, con il suo eloquio forbito, mentre intorno a lui tutto imbarbarisce in un Novecento in preda alle trasformazioni, alla musica rock, all’arredamento kitsch. Burton dissangua gli hippie, i manovali e le psichiatre ubriacone, tira fuori fantasmi dal cassetto a suo piacimento per risolvere le situazioni, mentre il suo vampiro gira alla luce del sole aiutato da un paio di occhiali e un ombrello mentre solo un raggio di sole al chiuso della casa rischia di mandarlo a fuoco. Uno volta qualcuno ha detto che sono i limiti che alimentano la creatività. Allora io dico: mettete in mano a Burton una fiction, forse riesce a fare di meglio.

** Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.

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