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Visioni (di molto) successive – Quel panzone di Michael Moore

capitalismcapitalism a love storyMi piace molto Michael Moore. Perchè è partigiano, perchè è preparato, perchè gli piace scavare dove gli altri distolgono lo sguardo. C’è bisogno di Michael Moore. Ne serve uno anche in Italia. Però, Michael Moore mi ha anche un po’ stancato, nella parte in cui deve cercare la trovata provocatrice per chiudere un film, perchè per due ore ha tirato solo sassi, ha offerto qualche buono spunto, ma poi torna a tirare sassi. Di Capitalism: a love story mi sono piaciuti, e molto, trequarti di film. La colpa è di Ronald Reagan se l’economia è scivolata su un piano inclinato fatto di licenziamenti, peggioramento delle condizioni di lavoro, crescente disagio sociale con città piene di quartieri abbandonati e aree industriali in disuso. Per me è sempre colpa di Reagan, Thatcher e, ovviamente, Berlusconi. Così, il nostro eroe si lancia in una lunga e approfondita tirata sull’origine dei guasti del capitalismo occidentale degli ultimi 30 anni, la sua sempre crescente dipendenza dalla finanza, la deregulation imbrogliona che ha truffato il ceto medio, abbandonando la cara e vecchia produzione di cose che dovrebbe sottostare a qualsiasi sano sistema economico a favore di inconsistenti speculazioni poggiate sul nulla se non sulle spalle (e le palle) dei poveracci. Non solo racconta a modo sua come l’economia statunitense è cambiata a livello macroeconomico, ma anche delle storture microeconomiche che accadono quando si mettono in mano a privati settori che dovrebbero restare in mano pubblica: così passiamo dai derivati, male supremo dell’economia globalizzata, alla prigione privatizzata in Pennsylvania dove due giudici corrotti mandavano per 11 mesi in galera ragazzini che avevano solo tirato del cibo in faccia al padre adottivo per rimpinguare le casse dei carcerieri. Moore si prende tutto il tempo del mondo per raccontare in maniera perfettamente concatenata come siamo arrivati ai pignoramenti, alle fabbriche chiuse, al degrado umano e civile degli States; presenta anche delle idee di un nuovo modo di fare impresa, in cui la democrazia entra in fabbrica sottoforma di cooperativa. Insomma, picchia ma qualcosa propone. Lega il tutto anche politicamente, non rinunciando a dare addosso al vecchio nemico George W. Bush e lasciando trasparire la speranza Obama. Poi però arriva la pesante ripetitività del progetto Michael Moore ovvero le cose che mi hanno stancato, che sono: primo, l’eccessiva semplificazione – il reaganismo era anche la risposta a delle forze in atto e quelle risposte hanno comunque consentito una transizione; purtroppo se il sistema economico cambia – e non si può pensare di andare avanti tutta a vita a produrre automobili e lavatrici perchè prima o poi tutti avranno due automobili e tre lavatrici – cambia il modo in cui la ricchezza e il lavoro si distribuiscono e chi era bravo a fare una cosa diventa obsoleto in un nuovo regime produttivo. Non si può dire che quelle risposte erano sbagliate e basta, io dubito sempre di chi è certo che il male stia tutto da una parte. Il male non è mai da una sola parte, a meno che non si parli di Berlusconi, la Juventus, Twilight. Secondo: basta con queste trovate con cui Moore chiude discorsi alti e importanti tirando metri e metri di nastro adesivo intorno alla sede delle banche, che si concludono con un mare di facce imbarazzate, porte chiuse, lunghe chiacchierate con gli addetti alla sicurezza. Una volta per Michael Moore si scomodavano, almeno, gli addetti stampa. Ora neanche quello. Forse è il caso di ripensare la formula e cambiare. Non si può andare avanti tutta la vita a produrre sempre la stessa automobile.

forrst gump****
la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
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One thought on “Visioni (di molto) successive – Quel panzone di Michael Moore Lascia un commento

  1. Certo che con la retorica, vedi i minuti bellissimi del pre-finale, ha convinto anche me, anche se non ho basi culturali economiche solide (del resto, in questi frangenti…), anche se non ha mai detto la parolina magica: "social-democrazia".

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