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Visioni successive – Cheri, una lettura seria (attenzione spoiler però assicuro che non vi perdete niente)

cheriChéri di Stephen Frears con Michelle Pfeiffer è una durissima accusa all’Italia di oggi e all’impero berlusconiano. È la storia di una delle ragazze del Papi che, dopo una vita spesa passando per i letti del potere, si ritrova ricca ma sola, si innamora di un giovane evidentemente gay ma intrappolato nel suo ruolo di tronista per le amiche della mamma, anch’essa ex proprietaria di un ciondolino con la tartaruga. Il regista utilizza la metafora della Francia della Belle epoche, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per raccontare un’Italia vista come un’allegoria di un paese per vacanze di figli di papà (ops, di mammà), uno splendido giardino in cui vecchie puttane si lanciano frecciatine…
Uffa…
Ma a chi voglio darla a bere?!?
Chéri è una cagata pazzesca: è un film in costume in cui la ricostruzione d’epoca si limita a qualche bell’abito e un paio di raffinate case. Racconta la storia di una cortigiana, Lea, ormai “quasi” in pensione che prende sotto la sua ala protettiva il figlio di una collega ma, invece, di istruirlo alla vita se ne innamora. Ma la madre combina un matrimonio di convenienza e il ragazzo è costretto a sposare una giovane donna di 18 anni. Ma lui pensa ancora a Lea, non riesce a guarire dal mal d’amore che poi si accorgerà essere non altro che voglia di lasciare la vita da fanciullo a cui la presenza della donna e della madre lo limitavano, per iniziare a vivere la sua vita. Così, dopo un’ultima notte di passione, lui la lascia. Alla fine, la voce narrante ci aggiornerà circa la sua triste storia a come sopravvivrà alla guerra ma non sopporterà il ricordo di aver perso Lea.
 
Posso capire che un regista parta lancia in resta nell’adattare un romanzo e, come tutte le cose della vita, del lavoro e dell’arte, non gli riesca esattamente con il buco. Posso capire che la Pfeiffer si sia lasciata ammaliare dal personaggio: sarebbe potuto diventare il suo “canto del cigno” in cui la cinquantenne passata attraverso un’infinità di ruoli vive in prima persona la metafora della cortigiana/attrice, con il trascorrere inesorabile del tempo che lascia i suoi segni su entrambe. Ma la mia curiosità è un’altra: come è riuscito Frears a trovare i soldi per fare questo film? Qual è l’investitore che potrebbe mettere 100 euro in una trama come quella che ho raccontato sperando di guadagnarci? Chi può pensare il pubblico del XXI secolo possa interessarsi alle vicende di questi personaggi?
Sarà un mio limite ma io non riesco ad appassionarmi a questi film che sperano di prendere un Oscar per i costumi e affidano le proprie speranze in qualche battuta arguta di Kathy Bates, senza contare che il protagonista maschile, conteso tra due donne in fondo niente male (la Pfeiffer batte ancora tutte le sgallettate di oggi) è palesemente gay, risultando clamorosamente inadatto al ruolo. A meno che la sua “femminilità” non fosse in qualche modo richiesta dal personaggio… o dai produttori… o dal regista. Beh, per una volta sarebbe un uomo a fare carriera grazie al proprio sedere e non l’attricetta di turno, il che ci riporta alla lettura seria dell’inizio… Che non sia quella giusta?
 
smith*1/2
 Male, signor Anderson. Sono deluso, molto.

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