Keeper – L’eletta: trama, recensione e finale spiegato dell’horror più inquietante dell’anno
Keeper – L’eletta è un horror elegante e disturbante che divide pubblico e critica. Diretto da Oz Perkins e interpretato da Tatiana Maslany, il film racconta una storia apparentemente semplice – una coppia in una casa isolata – per trasformarla in qualcosa di molto più ambiguo, simbolico e profondamente scomodo.
Keeper – L’eletta è uno di quei film horror che partono con la promessa di una notte nel bosco e finiscono per offrirti una seduta di psicanalisi di coppia con mostro incorporato. Oz Perkins prende il manuale dell’horror classico – baita isolata, fidanzato sospetto, natura ostile – lo apre a pagina uno e poi decide di usarlo come sottobicchiere mentre gira un film che sembra più interessato alle vibrazioni esistenziali e al patriarcato che agli spaventi veri.
La premessa è semplice come una barzelletta che comincia con “una coppia va in una casa nel bosco”. Solo che qui la barzelletta non fa ridere: fa venire quella sensazione strana per cui capisci subito che il problema non è il bosco, ma il fidanzato. Malcolm ha la faccia di uno che dice “fidati di me” mentre stai già controllando dove hai lasciato le chiavi della macchina. Se ne stanno lì, nella baita a sorseggiare vino come se fosse una roba da gente fica stare a rincoglionirsi di vino. Quanto mi sta sul cazzo la gente che sta lì a sorseggiando vino come se dentro ci fosse il segreto della vita.
Liz, interpretata da Tatiana Maslany con una faccia sempre più rassegnata, è la protagonista perfetta: non tanto la classica final girl dell’horror, ma la donna che capisce progressivamente di essere finita in una versione soprannaturale di Chi l’ha visto?.
Perkins, però, non gira horror come gli altri registi. Lui gira horror come se stesse preparando una mostra fotografica sul disagio. Le scene durano, i silenzi pesano, la macchina da presa osserva i personaggi come un vicino di casa che spia dalle persiane. Il risultato è un film che invece di spaventarti lentamente ti mette a disagio, crea un diffuso senso di pericolo, inquadrature strette che nascondono dietro angoli chissà quale pericolo, tipo il robottino aspirapolvere che si impunta contro lo stipite della porta o come quando resti intrappolato a cena con una coppia che litiga in modo passivo-aggressivo.
Il vero mostro del film, infatti, non è tanto la presenza oscura della casa, quanto l’idea stessa della relazione tossica. La creatura, in fondo, sembra quasi un dettaglio. Il problema vero è il fidanzato che ti propone di festeggiare l’anniversario in una baita dove il Wi-Fi non esiste, ovviamente il cellulare non prende e il vicino più prossimo è il cugino disfunzionale e probabilmente un cervo morto da tre settimane.
Visivamente Keeper – L’eletta è elegante, ipnotico, quasi raffinato. Perkins costruisce immagini che sembrano dipinti horror, con una lentezza che farà felici gli amanti dell’“elevated horror” e farà controllare l’orologio a chi sperava almeno in un paio di urla liberatorie. Qui i jump scare sono pochi, la tensione è più filosofica che fisica. È l’horror che non ti salta addosso: ti guarda male da lontano.
I protagonisti sembrano Joaquin Phoenix e Jessie Buckley dei poveri, invece sono Rosif Sutherland e la già citata Tatiana Maslany che cerca di riprendersi da She-Hulk.

E poi c’è il finale. Uno di quei finali che dividono il pubblico come la pizza con l’ananas: qualcuno lo chiamerà geniale, qualcuno resterà seduto in silenzio chiedendosi se il vero esperimento non fosse vedere quanto pubblico resiste senza una spiegazione chiara.
Alla fine Keeper – L’eletta è un horror elegante, simbolico e un po’ snob. Fa paura? Molto. Fa pensare? Abbastanza. Dà quello che vuole lo spettatore? Forse no, forse sì, forse chissenefrega. Fa venire voglia di non accettare mai più inviti romantici in una casa isolata nel bosco? Moltissimo.
**** La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare
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