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Presence – Soderbergh spia dagli armadi e dice che il vero fantasma è l’upper class. Recensione

Una questione di punti di vista. Anzi, il punto di vista: quello dello spirito che infesta casa Payne. Presence non è un film sulla casa infestata — è la casa infestata da un film. Un film d’interni, dove attraverso gli occhi (o i non-occhi?) della “presenza” ficchiamo il naso nella vita da catalogo di Domus (edizione americana ovviamente) della upper middle class americana, un misto di repressione WASP e ansia da prestazione sociale. A proposito: come mai l’architettura -mdi interni o di enormi palazzi – è diventata così importante nel cinema americano?

Rebekah (Lucy Liu, ho sempre paura che sguaini la katana nel mezzo di una riunione) è quella che in famiglia “porta i pantaloni”, il laptop e probabilmente anche il codice penale aziendale: negozia il prezzo della casa, prende decisioni, e soprattutto non si fa dire niente da nessuno. E d’altronde: provateci voi, a contraddirla. È Lucy Liu. Nella vita, in Kill Bill, ovunque.

«Voglio un cheeseburger»

Ma la casa non è l’unica cosa con i fantasmi dentro. Rebekah nasconde scheletri ben più pericolosi nel server del suo laptop: è invischiata in una faccenda losca nella società per cui lavora — una cosa da film Adam McKay, ma senza le battute. Il marito Chris (Chris Sullivan), invece, è preoccupato per gli effetti collaterali della cosa. Non per lei. Per lui. Insomma, un marito devoto come Patrick Bateman a sé stesso.

Rebekah è fredda, distante, anaffettiva. Lavora sempre. Mai un abbraccio. Mai un brunch. Insomma: è un maschio alfa, ma col taglio perfetto e senza la sindrome di Jordan Peterson. Tiene alle palle del marito come il bonus maternità: lo amministra con precisione chirurgica.

Il cuore della sua attenzione è il figlio Tyler, prodigio del nuoto — talmente proiettato verso una carriera olimpica che la casa viene scelta non per la cucina open space, ma per la vicinanza con la scuola d’élite. Della figlia Chloe (Callina Liang) si occupa il padre, come spesso accade nei drammi familiari e nei film horror: chi ha subito un trauma diventa antennina per il paranormale.

«C’è un topo morto nel soppalco o sei solo felice di vedermi?»

È Chloe che sente la presenza. Ci parla. Ci balla quasi. La presenza sembra proteggerla. Ma, ovviamente, all’inizio nessuno le crede. Perché si sa: se sei adolescente e vedi i morti, Hollywood ti manda dallo psichiatra prima ancora che ti si materializzi Haley Joel Osment. O Bruce Willis. O tutti e due.

Ecco che il trauma diventa la porta dell’orrore, letteralmente. Ma Presence non è un film di fantasmi nel senso tradizionale. È un film sulle malattie della famiglia americana, dove il fantasma sei tu: osservatore silenzioso, incastrato tra un armadio e un mobile d’antiquariato, a guardare l’ambizione divorare gli affetti come Galactus un pianeta.

Il punto di rottura arriva quando Ryan entra nella vita di Tyler e Chloe, aggiungendo un nuovo punto di vista al disastro generazionale. E qui viene da dire: sono pazzi questi americani, i fantasmi sono quelli più stabili.

Steven Soderbergh dirige con la consueta precisione da chirurgo della lente. Ma se in Traffic tagliava i mondi a colori, qui taglia in nero, letteralmente. I lunghi piani sequenza, la camera che fluttua tra le stanze come un drone timido, lo stile essenziale, quasi zen, trasformano la casa in una bolla clinica di disagio. È horror o è documentario HBO? È cinepresa o è il nostro occhio colpevole?

Insomma, Presence è una seduta spiritica borghese, un Poltergeist firmato Vogue. Bella da vedere, gelida da sentire. Il vero terrore? Scoprire che il fantasma sei tu.

bianca nanni moretti pagelle stellette cinema coccinema****½ Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello ma inutile, un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.

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