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Warfare – Tempo di Guerra: Black Hawk Down in salsa 2025

Iraq, 2006, una storia vera: un’unità dei Navy Seals è appostata in un palazzo di fronte a un mercato in una missione di sorveglianza all’interno di una più ampia di cui non sappiamo niente, né noi né i soldati coinvolti.

Warfare – Tempo di guerra si apre con virilità da spogliatoio: i nostri eroi guardano un videoclip più hot del deserto a mezzogiorno. Goliardia, testosterone, maschi alfa un tanto al chilo. Poi cala la notte e il maschio diventa preda. Irrompono in una casa, prendono prigionieri, poi si mettono a fissare la strada da un buco nel muro come fossero gli umarèll davanti ai lavori della metropolitana. E aspettano. E aspettano. Aspettano, masticano tabacco, fanno battute, sputano nelle borracce. E guardano quello che succede in strada attraverso un buco nel muro. Finché la guerra non li trova. La missione va per le lunghe e la loro presenza non passa inosservata ai locali che organizzano la loro contromossa. E li attaccano. Con tutto il loro arsenale hi-tech, droni, riprese satellitari, comunicazioni, armati fino ai denti – sono sorpresi come dei polli: dal loro buco guadano in fondo alla piazza davanti a loro, distante centinaia di metri, ma gli sfugge l’iracheno che si avvicina e lancia una granata attraverso il buco. Fuoco, confusione, feriti, i Navy Seals sono presi a calci nel sedere come se fossero i Blues Brothers a Falluja. Qualcuno deve essere trasportato via con un blindato, ma i nemici si sono moltiplicati e li attaccano di nuovo. Stavolta i danni e i feriti sono di più e più gravi, inizia l’assedio e tra le pallottole che fischiano, la polvere che rende difficile vedere a un palmo dal fucile e i resti umani sparsi in strada i soldati non capiscono da chi e da dove arrivino i proiettili e loro stessi sparano a casaccio. Finché non riescono a fuggire. 

Viva la faiga

Sono 95 minuti di tensione che raccontano tantissimo del nostro tempo e di come facciamo la guerra: in missione i Navy Seals sono convinti di avere il controllo con le immagini a infrarossi e la radio che parla continuamente di movimenti di persone e di sospetti, ma in verità sono ciechi, soli, circondati da assalitori invisibili. Da questo punto di vista Warfare è come Dunkirk o Black Hawk Down o The Hurt Locker: il nemico è un fantasma, un’ombra, sono i proiettili che sibilano vicino alla tua testa. Una piccola battaglia in una città irachena, metafora stessa dell’Occidente costretto a combattere con le ombre create da lui stesso. 

«Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio…»

Warfare non è guerra, siamo noi: pochi, accerchiati, impauriti e attaccati alla tecnologia che possa illuminare la bara in cui ci siamo chiusi, sperando di uscire sparando all’impazzata.

Il film è il racconto di una missione in cui era stato coinvolto il co-regista Ray Mendoza, collaboratore di Alex Garland già in Civil War. Il suo personaggio è interpretato da D’Pharaoh Woon-A-Tai.

Notevole il cast: con il citato D’Pharaoh Woon-A-Tai, visto in Reservation Dogs, abbiamo Taylor John Smith (La ragazza della palude), Joseph Quinn (devo scrivere davvero Stranger Things e I Fantastici 4 – Gli inizi?), Noah Centineo (Black Adam e Dream Scenario), Michael Gandolfini (Daredevil Rinascita e Bean ha paura), Cosmo Jarvis (Shogun) e Will Poulter.

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