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Prime visioni/The Lone Ranger ovvero come Holy Motors ci fa una pippa e imparai ad amare il western

lone rangerCirco ambulante. Fenomeni da baraccone. Un bambino mastica noccioline ed entra in un piccolo museo del Far West. Un’epoca che non c’è più. L’onnipotente bufalo, l’enorme Grizzly. Il fiero indiano. Ma l’indiano non sembra tanto fiero. È incartapecorito e muove gli occhi. Improvvisamente è vivo. Inizia a raccontare una storia. Sono le basi dell’intrattenimento da quando mondo è mondo: un bambino a bocca aperta, un anziano che racconta una storia. È la storia di una leggenda. Una leggenda della televisione e della radio americana o un mito tramandato dalle storie orali degli indiani d’America. Uno spirito errante. Un avvocato. Un uomo con la maschera.
Addio folletti a cazzo eretto e incomprensibili simbolismi, Verbinski mostra cavalieri indomabili a pistole spianate. Prende il mito The Lone Ranger e lo scompatta in una continua genesi dell’eroe, in un errore continuo, un fraintendimento, un’eterogenesi dei fini che porta un avvocato non troppo convinto e un indiano pazzo a incarnare qualcosa per cui non sono pronti, una leggenda di cui sono attori involontari, narrati sopra di loro, anche al di sopra delle loro reali possibilità e per la quale non saranno mai all’altezza. Verbinski e Depp lo fanno divertendosi: a forza di toccare l’idolo d’oro, preziosa polvere resta attaccata alle dita e rivela quello che c’è sotto.
Poi, siccome Verbinski è innamorato del gesto, ci regala due vicende ellittiche con inseguimenti e sparatorie su treni lanciati a velocità folle verso il futuro, lasciando dietro un mondo che muore come simbolicamente ci ricorda la sequenza finale, con un treno che va a retromarcia ed è inseguito da un altro, tutto un grande balletto al suono dell’Ouverture del Guglielmo Tell. Bizzarramente, quasi come in Carax, tutto è simbolo come l’anziano indiano che racconta la storia che mentre lo fa si cambia, chiamato a interpretare un’ultima dramatis personae prima di sparire nel grande palcoscenico della Monumental valley.
In queste svestizione del mito, raccontando questo ultimo elefante che va a morire tra la sua gente, sono i meccanismi dietro l’intrattenimento a mostrare il nervo del film, i suoi binari. Sono smontati e riassemblati e fagocitati dal circo mediatico, dalla giostra. Da una parte il pubblico, dall’altra lo spettacolo. Importa poco se The Lone Ranger non è poi così divertente, non è poi molto spettacolare, quando lo è, lo è in maniera ingenua e volutamente semplicistica, ma le sequenze clou sono come un grande minuetto, una messa in scena fortemente finta e artefatta a raccontare un declino, un tempo che non c’è più. È il nostro? È il loro? Bisogna capire chi sono gli indiani, chi la ferrovia ma soprattutto dove sta il Ranger Solitario.

La battuta
-Hi-Ho Silver!
-Questo non devi farlo più

in bruges**½ Non sei andato malissimo ma neanche troppo bene… come il Tottenham

 

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