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Visioni successive – Impara l'arte e mettila da parte

asinglemanUna serie di sensazioni contrastanti hanno affollato la mia mente alla fine della proiezione di A single man. Prima di tutto la noia ma anche la curiosità, racchiusa nella domanda: “Il mondo aveva bisogno di un film di Tom Ford?”.
Ricordiamolo: si tratta dell’ex stilista di Gucci e Yves Saint Laurent, uno che, dicono e scrivono i bene informati, tra la metà degli anni Novanta e fino al 2004, quando lasciò Gucci e fondò un suo marchio, era uno dei più quotati, se non il più quotato. Sempre secondo i bene informati, parte del successo del Tom Ford stilista era stato il recupero di certi temi e sensazioni degli anni Settanta, oltre ad un’innata capacità a gestire ogni fase “produttiva” fino all’advertising e al marketing. Poi, a quanto pare, è stato colto da innamoramento per il cinema. Decide di investire sette degli svariati milioni di dollari su cui dorme per acquistare i diritti cinematografici del romanzo di Christopher Isherwood “Un uomo solo”.
Così, Ford decide di raccontare un giorno durante la crisi dei missili di Cuba del professore George Falconer, inglese che insegna a Los Angeles negli anni Sessanta; il protagonista vive la sua di crisi, personale, incapace di riprendersi dopo la tragica scomparsa del suo compagno, Jim, un amore spezzato alla cui perdita non riesce (o non vuole) darsi pace. E’ una giornata particolare in cui decide di farla finita e di congedarsi dai colleghi, dagli amici e dalla sua vita. Per sentirsi a casa e a proprio agio con la sua opera prima, Ford decide di raccontarla con la grana grossa con cui siamo stati abituati a vedere  gli anni Settanta. Per sentirsi a proprio agio e a casa sua, Ford mette insieme una serie di suggestive e curate immagini che hanno, mi hanno lasciato la sensazione di un freddo e vacuo stile, un esercizio su tante e frettolose lezioni di cinema. Ford infatti utilizza troppe e troppo differenti chiavi per ricordare emozioni e scavare nei suoi personaggi senza mai riuscire a darmi la sensazione di un approccio chiaro, di una precisa scelta estetica, ma quello di un semplice abbinamento cromatico, un accostamento di puro gusto senza alcun criterio, scegliendo di indossare una giacca e una cravatta più per il risultato finale che per il significato o un’intenzione sincera. Irritante e retorica la colonna sonora, fa venire voglia di non ascoltare più un violino in vita tua.
Da grande esperto di pubblicità, regala un paio di momenti iconici (la sigaretta fumata da Falconer e un ragazzo spagnolo di fronte a un manifesto di Psycho) e immagini scollate direttamente da un manifesto di D&G (i due studenti che assistono alla lezione di Falconer).
Però, che alcune cose le ho amate. A parte l’interpretazione di Colin Firth, magistrale e al quale Ford ha ammesso di aver dato grande libertà (e lo credo, che cosa può insegnargli?), alcuni tocchi nella sceneggiatura – quando Firth/Falconer tenta il suicidio e si chiude in un sacco a pelo per non sporcare di sangue le lenzuola del letto, mi ha ricordato Holden Caufield, quando spiegava che non si suiciderebbe gettandosi da un palazzo perchè non avrebbe voluto che la gente si avvicinasse e lo osservasse spappolato in terra – ma anche la precisione didascalica nella preparazione del suicidio di Falconer e della serata in cui l’amica Charlie cerca di riconquistarlo – o semplicemente distoglierlo dai suoi cupi pensieri. Una precisione che si ritrova in alcuni gesti, come una camicia da abbottonare o un paio di scarpe da lucidare. Ho amato anche i piccoli momenti, avvenimenti e incontri della vita che tentano Falconer a recedere dalla sua decisione.
Alla fine poteva andare peggio, anche se non ho ancora capito se il mondo aveva bisogno di un film di Tom Ford.
2**
Ragazzi, state commettendo un grosso sbaglio.

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