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Oscar 2026: la notte in cui Hollywood ha smesso di fare la timida (e PTA si è preso tutto)

C’è sempre un momento, nella storia degli Oscar, in cui l’Academy smette di fare la sofisticata e ammette una verità che tutti sapevano già da vent’anni. La 98ª edizione è stata quella notte lì. Quella in cui, senza Christopher Nolan in nomination (e già questo dice molto del clima), Hollywood ha deciso di mettere un timbro ufficiale su una certezza: Paul Thomas Anderson è uno dei registi più importanti del nostro tempo.

Non che servisse davvero. Da Boogie Nights a Magnolia, passando per Il petroliere, The Master e Licorice Pizza, PTA aveva già fatto il giro completo del talento. Però gli mancava quella cosa lì: la statuetta che pesa più dell’autostima dei cinefili su Letterboxd. E allora eccola, finalmente: miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior film con One Battle After Another (tradotto per i comuni mortali: Una battaglia dopo l’altra).

Sei Oscar in totale. Sei. Montaggio, attore non protagonista (Sean Penn, che però ha pensato bene di non presentarsi), e perfino il primo storico premio al casting. Una vittoria che non è solo quantitativa: è la classica serata in cui Hollywood dice “ok, adesso basta fare i difficili, questo è un maestro”.


Sinners: 16 nomination, 4 Oscar e quel retrogusto da occasione sprecata

Poi c’è Sinners. O meglio: il caso umano della serata. Sedici nomination. Quattro vittorie. Tradotto: un quarto. Matematica da scuole medie, ma sufficiente per capire che qualcosa non torna. Sì, porta a casa miglior attore protagonista con Michael B. Jordan, fotografia, sceneggiatura originale e colonna sonora. Ma la sensazione è quella di un film che doveva dominare e invece ha fatto il compitino.

E qui scatta il dibattito da bar (e da podcast): Michael B. Jordan meritava davvero?

Risposta breve: mah.

Risposta lunga: doppio ruolo interessante, certo, ma più moltiplicato in digitale che realmente sfaccettato. Nella cinquina c’erano nomi che forse avevano fatto qualcosa in più. Timothée Chalamet, per esempio, torna a casa a mani vuote e con un meme nuovo di zecca. Leonardo DiCaprio ormai vive in una dimensione parallela fatta di modelle under 25 e totale distacco spirituale dagli Oscar.

Diciamolo: il premio a Jordan ha il sapore di una compensazione. Come dire: “oh, qualcosa a sto film glielo dobbiamo pur dare”.


Frankenstein e la dignità delle categorie “tecniche”

Frankenstein ne porta a casa tre: costumi, trucco e scenografia.

Traduzione: reparto estetico devastante, cuore meno incisivo.

È il classico caso da Oscar: non vinci il grosso, ma ti porti via tutto quello che rende il film bello da vedere. E non è poco.


Gli altri: tra conferme, sorprese e “ok, giusto così”

• Sentimental Value: vince come miglior film internazionale. Era il suo spazio naturale. Fine.

• Amy Madigan miglior attrice non protagonista per Weapons: scelta che divide. Forse non la più forte della cinquina, ma neanche uno scandalo.

• Jesse Buckley trionfa con Hamnet: probabilmente il premio più “giusto” della serata, in una categoria con concorrenza feroce (Emma Stone, Renate Reinsve, Rose Byrne, Kate Hudson… roba seria).

• Avatar: effetti visivi. Doveva vincere e ha vinto. James Cameron fa quello che deve fare: costruire mondi e portarsi a casa l’Oscar tecnico.

• F1: miglior suono. Fine della corsa.

• K-Pop Demon Hunters: miglior film d’animazione e miglior canzone originale (Golden). E qui c’è un piccolo caso interessante: film nato per lo streaming, diventato fenomeno globale, riportato in sala in versione karaoke. La gente paga per cantarlo. Hollywood, prendi appunti.


I momenti topici: tra meme, politica e fast food

Gli Oscar sono anche questo: un gigantesco contenitore di momenti che il giorno dopo diventano clip, gif e discussioni infinite.

Chalamet bullizzato da Conan O’Brien: elegante come una coltellata con guanto di velluto.

• DiCaprio con i baffi e la fidanzata ventunenne: ormai è un format.

• Sean Penn assente perché in viaggio verso l’Ucraina: consegna della statuetta tipo pacco Amazon. Iconico.

• Michael B. Jordan al fast food con l’Oscar in mano: il capitalismo che fa il giro e torna sotto forma di meme.

Javier Bardem con la patch contro la guerra e pro-Palestina: gesto politico, coraggioso, destinato a far discutere più del premio stesso.

• Prima donna a vincere l’Oscar per la fotografia: e già questo basterebbe per definire la serata storica.

• Prima canzone K-Pop premiata: globalizzazione in forma di ritornello.

E poi quel momento meravigliosamente surreale in cui, durante l’esecuzione delle canzoni candidate, compare un QR code per ascoltare le altre. Gli Oscar che diventano Spotify. Il futuro è qui, ed è leggermente inquietante.


Lo show: quando Hollywood funziona

Lo spettacolo, va detto, ha girato. Duetti, gag, ritmo. Robert Downey Jr. e Chris Evans in modalità Marvel permanente, Pedro Pascal irriconoscibile senza barba, Sigourney Weaver che gioca con Grogu. La reunion di Moulin Rouge! con McGregor e Kidman. Tutto fluido, tutto calibrato.

E poi l’In Memoriam, che quest’anno ha colpito più del solito. Troppi nomi pesanti, troppa storia che se ne va. Barbara Streisand che spezza la voce e, di riflesso, anche un po’ la nostra.


Il lato oscuro: la telecronaca italiana

E poi c’è l’altra faccia della notte: la versione italiana.

Qui entriamo nel territorio del “meno è meglio”, ma qualcuno non ha ricevuto il memo. Troppa gente in studio, troppi interventi, troppa confusione. Traduzioni incerte, problemi tecnici, tempi televisivi gestiti come una cena di Natale con parenti che parlano tutti insieme.

Il risultato? Uno spettatore che resta sveglio fino alle 4 non per sentire otto opinioni diverse tra un premio e l’altro, ma per vedere lo show. Quello vero. Quello americano.

La sensazione è semplice: due voci bastano. Tre, se proprio vuoi esagerare. Il resto è rumore.


Epilogo: una notte meno rumorosa, ma più sincera

Gli Oscar 2026 non sono stati l’edizione più scintillante, ma forse sono stati tra i più onesti degli ultimi anni. Hanno premiato chi dovevano premiare (PTA su tutti), hanno ridimensionato chi sembrava imbattibile (Sinners), e hanno aperto piccole crepe interessanti nel sistema (K-Pop, fotografia al femminile, nuove categorie).

Non è stata la notte delle sorprese clamorose.

È stata la notte delle conferme definitive.

E ogni tanto, in mezzo a tutto questo circo, va bene anche così.

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