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Visioni successive – L’insostenibile leggerezza delle vecchine

pranzo

Raccontare con leggiadria storie di povertà, solitudine e lento degrado della pelle e dell’animo non è per niente facile. Si può sempre rischiare di cadere nel patetico o nella commediola spicciola (come secondo me ha fatto qualcuno nei mesi scorsi, ma non è questo il tempo e il luogo per riprendere la mia polemica con Virzì, il quale, immagino, sarà devastato dalla contrarietà di Coccinema al suo Tutta la vita davanti). Pranzo di Ferragosto riesce a stare perfettamente in equilibrio, lasciando un’ora e 20 di affettuosi sorrisi sul nostro volto, facendoci patteggiare per il padrone di casa tramortito dalla vitalità delle vecchine che, volente o nolente, deve ospitare, sempre più con la voce impastata dai bicchieri di vino bianco. Ci regala scorci di una Roma che sembrava dimenticata e, tra un sorriso e una risata piena, ci ricorda i tempi che stiamo vivendo, con gli anziani spinti ai margini, con l’euro che si mangia la pensione, con i vicini – iena e con il lento decadimento fisico che ci logora. Ci fa vedere un romeno e non gli fa estrarre un coltello per aggredire qualcuno. Gianni Di Gregorio indugia sulle pieghe, profonde, del viso delle sue ottuagenarie protagoniste, sui porri, le macchie di una pelle ormai ridotta a carta secca, i capelli tinti male, le ossa avvitate. Non ci risparmia niente ma lo fa facendoci sorride. Insomma, un po’ come il brodino vegetale che chiude il film: leggero, ma con il parmigiano.

4 buono****

la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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