The Housemaid – Zizze, patriarcato e altri mostri domestici
The Housemaid – Una di Famiglia è l’adattamento del romanzo di Freida McFadden che nessuno si aspettava di vedere diretto da Paul Feig, l’uomo che da Ghostbusters al femminile in poi sembrava destinato alle commedie “così così”, e invece si inventa un thriller femminista a grana grossa, tra docce di Sydney Sweeney, psicodrammi domestici e un patriarcato rappresentato con la sottigliezza di un cartone della pizza. Un film sempliciotto, sì, didascalico e grossolano, certo, ma proprio per questo efficace: ti spiattella in faccia l’idea che la violenza sulle donne non è un incidente, è un sistema, e lo fa con abbastanza ironia, grottesco e colpi di scena da rendere The Housemaid un guilty pleasure sorprendentemente consapevole — e molto più cattivo di quanto Feig abbia mai osato essere.
Paul Feig, quello delle commediole un po’ sfigate, si sveglia una mattina e decide di girare un thriller femminista antipatriarcato. Così, de botto, senza senso. The Housemaid – Una di famiglia è esattamente questo: un film sempliciotto, didascalico, a volte pure grossolano… ma che proprio in questi difetti trova la sua forza. Feig si tiene stretta l’ascia del romanzo di Freida McFadden e la brandisce senza eleganza, ma con una chiarezza quasi liberatoria.
Perché sì: qui il patriarcato non è la solita figurina dell’uomo cattivo che mena. È un sistema marcio, una filiera produttiva dell’orrore in cui maschi, madri, padri e complicità femminili contribuiscono a crescere il Mostro di turno.
Il cast femminile
E mentre questa ironia sociale fa capolino, il film scivola nel territorio più ghiotto del pubblico: le zizze di Sydney Sweeney, una scena della doccia che omaggia in salsa XXI secolo la commedia scollacciata italiana anni ’70 (ma con molta più morbidezza), e una Sidney che offre esattamente ciò che il marketing aveva promesso: forme perfette, panico crescente, sorriso ambiguo. O forse sono io che ce lo vedo perché non sono mai uscito da quel periodo.
Amanda Seyfried, dal canto suo, interpreta la matta. E interpretare la matta, nel thriller, equivale a risolvere un sudoku facile: lo finisci, ma non chiami nessuno per vantartene.
Di cosa parla The Housemaid
La trama è un festival del già visto, ma con personalità: c’è il tizio troppo simpatico ed empatico, la ragazza considerata stramba forse non è del tutto stramba e la nuova arrivata — l’agnello sacrificale — è lì per spiegarci che la sorellanza non è una parola da Instagram, ma un’arma di autodifesa collettiva.
Poi arriva Elizabeth Perkins, che Feig nel 2025 ha riciclato dal cassonetto dell’umido, con un taglio platino da Connie Nielsen anni ’80 (o almeno l’idea che io ho della Connie Nielsen anni ’80). Lei interpreta la madre del Patriarcato, e qui il film dice una cosa interessante: i mostri, spesso, non nascono sotto i cavoli, ma in famiglie per bene, allevati con cura, lucidati, spazzolati e mandati nel mondo con la camicia buona.
Registicamente Feig non diventa improvvisamente Park Chan-wook: il film è basico, lineare, pieno di didascalismi come un manuale delle medie. Ma è anche onesto, schietto, e ha un finale talmente divertito da farsi perdonare la sua semplicità.

Amanda Seyfried ormai è una “sciura” milanese tutta aste di beneficenza e iniziative benefiche e dalla tipa che si tastava le zizze in Mean Girls per predire il meteo ora sembra quasi diventata brava.
Michele Morrone in The Housemaid fa esattamente Michele Morrone: entra in scena come se stesse girando il quarto episodio consecutivo di un profumo da uomo, parla con quella voce da “c’ho un segreto ma non posso dirtelo perché è sotto NDA”, e recita con la stessa intensità emotiva che avrei io davanti a un tutorial di idraulica. Che poi, parliamoci chiaro: Morrone non è uno che interpreta un personaggio — lui lo indossa, come una camicia troppo aperta sul petto o un sopracciglio leggermente in salita. E in un film che vive di didascalismi, twist telegrafati e patriarcati impacchettati, la sua presenza diventa quasi poetica: un sex symbol per tutte le stagioni che si sforza di sembrare minaccioso, ma sprigiona comunque quell’energia da “me sto impegnando, giuro”.

Non è un disastro, eh. È solo che Morrone ha quel tipo di carisma che funziona meglio quando non deve parlare troppo, un po’ come i liquori forti: due sorsi e senti tutto, un bicchiere intero e rischi l’intossicazione. Qui gli tocca fare il cattivo bello, il marito perfido col sorriso smaltato — un ruolo che dovrebbe richiedere sfumature, ma che lui gioca come se stesse girando il trailer più che il film.
Alla fine è pure divertente da guardare: sta sempre un passo fuori dal genere, come se non fosse mai completamente dentro la scena, ma questo stona talmente tanto con il realismo da fotoromanzo del film che finisce per funzionare. Insomma: Morrone non ti convince… però ti intrattiene. E nel grande luna park grottesco di The Housemaid, forse è già una forma di recitazione. A modo suo.
Alla fine The Housemaid è un filmetto godibile, con due scene che funzionano, un messaggio sociale urlato ma necessario, una doccia di Sydney Sweeney (necessaria anch’essa, per altri motivi), e una cattiveria che non ti aspetti da un regista noto per fare battute da zio al matrimonio.
E sì: la soluzione al problema te la dà su un piatto d’argento.
Ma ogni tanto va bene così.
Soprattutto quando esci dal cinema pensando:
“Ok, il patriarcato è un sistema. E almeno oggi qualcuno l’ha spiegato forte e chiaro. E sì, Sydney Sweeney in doccia aiuta sempre il processo di emancipazione.
**½ Non sei andato malissimo ma neanche troppo bene… come il Tottenham
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