Vai al contenuto

Wonder Man è la serie Marvel che odia i supereroi (ed è un capolavoro)


Ci hanno venduto vent’anni di Marvel come una religione fatta di pugni, portali e traumi interdimensionali. Poi arriva Wonder Man e fa la cosa più blasfema possibile: si ferma. Non salva il mondo, non apre multiversi, non distrugge città. Guarda un attore mentre prova a diventare qualcun altro. È una serie Marvel senza azione, senza rumore, senza anestesia. Ed è proprio per questo che fa più male di tutte le altre.

Wonder Man è la cosa più strana che Marvel abbia mai fatto. Non perché sia ambiziosa. Ma perché è vulnerabile. È una serie sui supereroi dove il vero potere è saper piangere durante un provino.

Simon Williams, interpretato da Yahya Abdul-Mateen II, è un attore fallito di Los Angeles. Uno di quelli che vivono in appartamenti temporanei, mangiano identità a noleggio e chiamano “opportunità” qualsiasi cosa non sia il silenzio. Ha anche dei superpoteri, ma non è quello il problema. Il problema è che vuole recitare. Il problema è che è un cagacazzi, analizza le sceneggiature fino allo sfinimento, propone cambiamenti, riflessioni e non c’è niente che rompa di più le scatole alle persone che dover spiegare qualcosa, magari tornarci sopra, rifletterci. Il primo lavoro Simon lo perde così: perché vuole essere perfezionista, fare le cose per bene, passare per quello preciso attento voleneroso.

Vuole essere qualcuno senza esserlo davvero.

 

 

Ed è qui che Wonder Man diventa qualcosa di più di una serie Marvel. Diventa una riflessione sulla nostra società dell’immagine, dove esisti solo se qualcuno ti guarda, dove i rapporti umani sono stati sostituiti da un algoritmo e dove perfino il dolore ha bisogno di un pubblico.

Simon rifiuta i suoi poteri perché sa che lo renderebbero reale. E la realtà, per un attore, è la morte. Soprattutto, nell’universo Marvel invaso da musical teatrali sugli Avengers, c’è una legge che proibisce a chi ha superpoteri di recitare. E Simon senza recitazione smette di essere vivo. 

La vera sorpresa è la bromance con Trevor Slattery, interpretato da un Ben Kingsley in stato di grazia assoluto. A ottant’anni, Kingsley recita con la leggerezza di uno che ha già visto tutto e non ha più nulla da dimostrare. Soprattutto recita e ha la presenza scenica di uno di cinquanta. Trevor è un relitto umano, un attore che ha mentito così bene da non sapere più chi è. E forse proprio per questo è l’unico che può insegnare a Simon come sopravvivere.

Le loro conversazioni sono il cuore pulsante della serie. Parlano di Shakespeare, di Salieri, di tecnica, di paura. Parlano di cosa significa essere visti davvero. In certi momenti, Wonder Man smette di essere una serie Marvel e diventa una masterclass sulla recitazione. Sul training autogeno. Sulla respirazione. Trevor insegna a Simon a gestire le ansie, le paure, i superpoteri. 

E funziona. Funziona perché non ha paura del silenzio. Funziona perché non ha bisogno di esplodere per esistere.

Certo, ci sono delle lunghezze. L’episodio sulle normative anti-superpoteri interrompe il ritmo. Il provino per Wonder Man si dilunga più del necessario. Ma sono difetti marginali in un’opera che ha il coraggio di fare una cosa che Marvel aveva dimenticato.

Respirare.

Yahya Abdul-Mateen II è straordinario. Costruisce un personaggio fragile, ossessivo, umano. Uno che pensa troppo, sente troppo, esiste troppo. Un attore che interpreta un attore che interpreta un eroe che non vuole esserlo. Un gioco di specchi che finisce per riflettere noi.

Perché alla fine Wonder Man non parla di supereroi.

Parla di noi che recitiamo ogni giorno una versione accettabile di noi stessi.

Marvel ha passato anni a raccontarci come salvare il mondo.

Wonder Man è la prima volta che prova a raccontarci come sopravvivere dentro.

Lascia un commento