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Caro, vecchio, rassicurante Woody Allen

midnightinparisWoody Allen torna a un anno, più o meno, dalla sua ultima fatica… Per piacere, non intasate la mia casella di posta elettronica o il profilo Facebook o i commenti qua sotto con il conto esatto di quanti giorni, settimane, mesi, ore sono trascorsi dall’ultima uscita in sala del Maestro… Capito Giovanni? Ce l’ho con te!
Ritroviamo un vecchio amico che recentemente ha mostrato di avere pesantemente a che fare con la senilità. Come giustificare altrimenti “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”? Il buon Woody sa di essere rincoglionito e mette nel titolo l’ultimo domicilio fiscale conosciuto: Vecchia Europa, Parigi, a mezzanotte orario degli Stati Uniti orientali potete fare un bonifico per finanziare la mia prossima fatica. Ora, basta, scusate ma c’è il basket universitario in tv, non rompete le palle. Capito Giovanni? Ce l’ho con te!
Come sua abitudine, e molto di più di quanto di solito ammette, mette tanto di se stesso in Midnight in Paris e nel protagonista: Gill, scrittore insoddisfatto innamorato della Parigi degli anni Trenta scrive sceneggiature da poco, un po’ come lui agli inizi: con l’adulazione per grandi del passato, l’insoddisfazione per il lavoro o l’abitudine a cercare l’idea  creativa sotto la doccia o mentre passeggia. Probabilmente è il più alleniano di tutti i personaggi sfornati da Allen negli ultimi anni, almeno quanto a vicinanza tra la vita reale e quella di celluloide. E alleniamente torna alla magia: come Jeff Daniels usciva dal grande schermo per incontrare Mia Farrow ne La rosa purpurea del Cairo, un’elegante Peugeot esce dalla notte parigina targata anno 1930: tutte le sere offre a Gill un passaggio per i bei tempi andati. Seems like old times cantava Annie in Annie Hall e lui spinge la metafora più in là, non “sembrano” i vecchi tempi lo sono e mette il suo eroe in mezzo a Scott Fitzgerald, Salvator Dalì, Luis Bunuel, Ernest Hemingway, in quella Parigi degli anni Trenta dove (ma soprattutto quando) si fa correggere le bozze da Gertrude Stein e si innamora della più groupie di tutte le groupie, amante di artisti che saranno senza tempo. Nell’arrivare a compiere un giro completo trascina ulteriormente indietro nel tempo l’eroe e la sua innamorata, alla fine del XIX secolo, dove (soprattutto quando) quest’ultima si ferma per vivere la sua di età dell’oro.
Dopo l’ouverture alla Manhattan, in cui inquadra la magia di Parigi quasi spiegando quanto seguirà, con una mano Woody regala il personale tributo a una città splendida che attraverso i secoli guarda immutabile le umane vicende, suggerendo che ogni epoca ha le sue magagne e le sue meraviglie e che proprio sotto ai nostri occhi potremmo vivere le esperienze più straordinarie, con l’altra disegna una serie di spocchiosi americani, barbari moderni che come locuste invadono il mondo in cerca di affari e di cultura da consumare come al fast food. Come se gran parte del genere umano fosse destinato a non godere mai appieno di quello che ha di fronte (bello al riguardo, quando li ritrae all’uscita dal cinema dove hanno visto un film rigorosamente americano).
A me piacevano i tempi in cui ogni film di Woody era un film veramente buono. Oggi qualcosa mi ha fatto gridare al miracolo, al ricordo di qualcosa che è stato, di un autore che una volta non avrebbe mai lasciato New York e che oggi rimbalza per il mondo come una palla da basket per girare i suoi film, uno rimbalzo tecnico del tempo ma non una scintilla creativa nello sviluppo di un discorso artistico. Come se a Woody piacesse sempre e solo il cinema di 30 o 40 anni fa, forse 50. Secondo il protagonista di Midnight in Paris è una cosa buona o cattiva?

4 buono****

La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti può capitare

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