Che tocca fa pe' campa – Gianni Di Gregorio

Ogni tanto per lavoro intervisto personaggi del mondo del cinema. Qualche settimana fa ho intervistato Gianni Di Gregorio. L'intervista è uscita in MT, l'allegato del Corriere dello sport e di Tuttosport.
Ecco il testo integrale:

digreg bassa

Leggendo la sinossi di Gianni e le donne mi è sembrato subito un tema molto attuale. Quando lo hai scritto e pensato avevi in mente qualche riferimento preciso?
Devo dire la verità, no. L’ho cominciato a preparare un anno fa quindi pensavo di più all’uomo comune, non al personaggio di potere di cui non saprei descrivere la mentalità. Io pensavo all’uomo del bar, quello che abita al piano di sotto, sessantenne, alle prese con il fatto che le donne non se lo filano più. Arriva un momento di panico, per un uomo tranquillo, quando arriva questa consapevolezza unita alla percezione che, invece, intorno a lui, i suoi amici hanno tutti l’amante. E cerca disperatamente di fare qualcosa, non per ricercare un amore quanto di appagare il proprio ego. Da qui nasceranno dei tentativi comici che andranno a finire in barzelletta.
 
A chi si rivolge il tuo cinema?
Ti dico la verità: questa è una storia che è nata pensando all’universo degli uomini e delle donne di mezz’età. Poi, lavorandoci, attraverso la figura della figlia del protagonista, si è aperto un mondo intorno ai giovani. Mi piacerebbe prendere un pubblico vasto che va dai novant’anni fino ai ragazzi.
 
Ne nasce un confronto generazionale?
C’è un personaggio che rappresenta il pericolo per i giovani, ovvero il fidanzato della figlia che ciondola in casa senza fare nulla tutto il giorno. Però la difficoltà di trovare lavoro, dello studio, sono cose che ci sono dentro il film, è uno sguardo verso il mondo giovanile che in questo momento andrebbe aiutato.
 
Dai suoi film emerge un’attenzione particolare al legame con le madri dei suoi personaggi. Cosa cerca di raccontare o analizzare nel legame madre-figlio?
In Pranzo di Ferragosto c’era un legame molto forte, tipicamente mediterraneo, tra madre-figlio. Con questo nuovo film pensavo che avrei lascito più sullo sfondo questo legame, invece lavorandoci è riemerso prepotentemente. Evidentemente è un personaggio che mi ha talmente segnato anche se io ho perso la mia da una quindicina d’anni ma mi ha evidentemente così segnato che non riesco a smettere di farci i conti. È una tematica molto viva in me e mi è uscito gigantesco come in Pranzo di Ferragosto.
 
Può essere un rapporto che corre anche lungo il filo di questa sua predilezione per il cibo e il cucinare?
Sì, c’è anche il cibo in Gianni e le donne e ritorna anche un po’ il bere che diventa una specie di rifugio dalle angosce quotidiane. E come hai sottolineato la quotidianità del cucinare si ricollega proprio al rapporto con mia madre, per la quale, soprattutto negli ultimi 10 anni della sua vita, cucinavo sempre.
 
Hai un fiuto particolarmente acuto nella scelta del cast. Hai dei criteri a cui cerchi di attenerti?
Cerco sempre di trovare persone che siano il più naturale possibile, il più vicino possibile ai personaggi che mi piace mettere in scena. Vorrei fossero un po’ se stessi. Ad esempio, come tecnica uso il lasciare il nome proprio dell’attore perchè ti mette in uno stato di spontaneità. Poi mi piace che sul set ci sia sempre un po’ di improvvisazione e lascio che gli attori dicano la battuta come se la sentono più naturale. Nei casting cerco le persone meno impostate possibile.
 
In Pranzo di Ferragosto, Roma era una protagonista essenziale. In Gianni e le donne che ruolo ha la città?
C’è sempre quella Roma lì, quella storica, Trastevere, ma c’è anche la Roma del traffico. Deve essere questa straordinaria storia d’amore che ho con la città che mi spinge a insistere così su di lei.
 
Emerge anche il tuo amore per Trastevere? Cosa ami di questo quartiere?
Anche se la gente cambia sempre, diventa sempre più turistico, è una specie di porto di mare, ma c’è sempre una dimensione paesana, conosci tutti, saluti.
 
Come è cambiato Trastevere negli ultimi anni?
Avendo questa età qui mi ricordo proprio il cambiamento. Adesso le persone che ci abitavano da prima sono diventate pochissime, ed è un po’ la cosa che mi dispiace. Ma ci sono anche tanti giovani, universitari americani, è una cosa molto vitale e bella.
 
Immagino di averti raggiunto telefonicamente a casa e so che tu abiti a Trastevere. Cosa vedi fuori dalla finestra.
È vero. È piuttosto bello perchè c’è Viale Glorioso, e se mi affaccio dal balcone dall’atra parte ho un pezzo di Trastevere e stando in alto vedo un paio di cupole. Insomma, sono proprio fortunato ad abitare qui. E tu sai che qui dentro ho girato Pranzo di Ferragosto.
 
E come è nata questa scelta? Budget o arte?
All’inizio è stata una scelta di budget, essendo il primo film e avendo pochi soldi a disposizione. Poi, lavorando, mi sono accorto che è stata una scelta azzeccata perchè standoci dentro mi venivano i ricordi, le idee, le atmosfere. Quindi la necessità mi ha aiutato. Voglio raccontarti un episodio di Gianni e le donne. Volevo girare una scena in cui guido una moto. Mi portano un’Harley Davidson del 1943. Mi dicono “Non ha prezzo”. Ero terrorizzato ma, come sono salito, mi sono tornati alla mente i ricordi di ragazzo, quando guidavo proprio quella moto. Sono stato felicissimo e non volevo più scendere, me l’hanno dovuta togliere proprio dalle mani.
 
C’è un locale, una strada, un angolo di Roma e/o di Trastevere che ami in particolar modo?
Trastevere, il baretto di Santa Maria e di San Callisto, lì mi ci ritrovo sempre, tutto cambia ma tutto resta anche uguale. Poi il Gianicolo, quando ho un po’ di tempo mi vado a leggere il giornale come i vecchietti, ma è il mio posto preferito perchè sto mezz’ora tranquillo con lo spettacolo di Roma.
 
Qual è la tua passione calcistica?
Anche nel film appare una grande scalinata che è vicino a casa mia, e la seconda e la terza rampa le hanno fatte giallorosse. E l’ho voluta mettere. Spero non ci rimanga male nessuno ma la volevo mettere prima che si scolorisse.
 
Il suo cinema preferito?
L’Alcazar, gli voglio molto bene. Sto seguendo la vicenda del Metropolitan. Mi spiace lo chiudano, era una sala nel cuore di tutti i romani.
 
Qual è il film che ha raccontato Roma e ti è rimasto nel cuore?
In Questi fantasmi di Pietrangeli c'è una Roma pazzesca.

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